Mimmo Gangemi


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Mimmo Gangemi - L'Attesa

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La Stampa


Storia di un giudice – Nel far west della ’ndrangheta


La Locride era Magna Graecia. Era.
Ora è frontiera contesa, intrisa di sangue, di violenza, di barbarie, dove lo Stato sembra aver accettato la resa. Dove il delitto non fa clamore, neppure notizia a volte. “Il silenzio è il mezzo più efficace per radicare la paura… per dire che allo Stato non importa nulla del destino di quella terra”. Parole di Francesco Cascini, magistrato, nel suo “Storia di un giudice – nel far west della ndrangheta”, pubblicato per Einaudi Stile Libero.
Cascini è stato Pubblico Ministero nella Procura di Locri dal 1996 al 2001, anni caldi per Locri, non meno di prima, non più di dopo. Era alla sua prima nomina, un giudice ragazzino catapultato negli avamposti del-la ndrangheta.
Il suo è un memoriale, lucido, puntuale, diretto. È una testimonianza, forte, incisiva, senza sconti per nessuno, come solo può chi è cresciuto sotto un cielo che non grandina piombo. Impatta con occhi impreparati su un mondo inimmaginabile. Non ha ancora messo la scorza, si sveglia bruscamente dalla gioventù, ritrovandosi sorpreso e impaurito davanti a un popolo di vinti, che nulla s’aspetta dallo Stato. Ciò che altrove è stra-ordinario a Locri appare routine.
Dovrebbe essere un occhio strabico, quello dell’autore. Di chi non par-tecipa alla vita sociale e perciò osserva da un punto di vista distante, staccato, attraverso le carte, i processi, i tavoli delle autopsie, i sopral-luoghi per i morti ammazzati. Invece, forse apposta, si avvede in tutta la crudezza di ciò che chi lì vive non coglie appieno.
La sua è una cronaca da corrispondente in prima linea, è il grido di la-mento di una terra dimenticata, tra delitti efferati – “la macchina della giustizia degli uomini valorosi si muoveva molto più rapidamente della nostra” ammette amaramente – il rosso del sangue, il nero delle vesti delle donne in lutto, le minacce agli stessi giudici dei processi e alle loro famiglie.
Gli capita di assistere impotente all’omicidio di un capobastone e, da te-stimone, ha paura – seppure immagini che non gli succederà nulla, per la ndrangheta che fa di tutto per mantenere basso il livello di attenzione – si immedesima in quella degli altri e si accosta idealmente alle tante per-sone perbene seppellite sotto il peso di una vita da dover trascinare con le catene ai piedi, prigionieri senza sbarre.
Il silenzio scorre dentro la cronaca. E ferisce. C’è quello dello Stato, c’è quello della gente che lì deve continuare a vivere, c’è quello che esala dai fascicoli archiviati, insoluti, in Procura, c’è quello del mondo, di giornali e televisioni che degnano appena ciò che altrove riempirebbe le cronache. C’è il silenzio, assordante di morte, sulla piazza di San Luca, inondata di luce e popolata solo dall’impronta di ciò ch’era stato un uo-mo, con una macchia di sangue su cui bivaccano le mosche, mentre le finestre rimangono chiuse e occhi spiano dagli spiragli delle persiane.
Un mondo complicato, invivibile, che appiccica addosso il marchio del-la disfatta. Eppure il magistrato rimane, non si arrende, risorge dalle sconfitte. Ne emerge l’uomo, con le sue paure, le incertezze, le insicu-rezze, con un’umanità che le nefandezze di cui sono imbrattate le carte non intacca, che non si rassegna a un mondo dove il tempo scorre più lento che altrove e tutto appare immutabile. Con gli scrupoli. Come gli succede dopo aver lasciato in libertà un anziano ritenuto innocuo e che invece trucida sul treno della partenza le due tunisine su cui per anni ha abusato.
Tra le righe si coglie la misurata protesta di un servitore dello Stato che non sempre vede lo Stato e s’accorge delle contraddizioni della giusti-zia, con i magistrati che mancano e i pochi in servizio che anelano solo ad andarsene, senza vere strutture per le indagini, il RIS nella tranquilla Parma, lontana più di mille chilometri da Locri, dove la morte violenta ha messo stabile dimora.
L’autore è secco, asciutto, essenziale, di una cruda linearità. Ci offre sa-pienti pennellate di umanità. E di una vita che desidera altrove. C’è an-che il rifiuto di Locri nella storia troncata con Rita. C’è anche il rifiuto di Locri dentro l’amore per Nicoletta, la voglia di un’esistenza normale, di tornare giovane e libero, senza l’ansia di ogni giorno. L’amore sa co-gliere l’occasione, sa insinuarsi nella debolezza, sa approfittarsi dello sconforto. Non per questo è meno amore.
Ma non c’è rancore o odio per Locri. In qualche misura ha imparato ad amarla. O forse la compatisce soltanto, perché così in affanno, mentre profuma di mare, di gelsomini, di zagare.

Mimmo Gangemi

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