Mimmo Gangemi


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Mimmo Gangemi - L'Attesa

articoli





Il Lametino - Settembre 2010


S’i’ fosse vento


“S’i’ fosse vento”, io, non Cecco Angiolieri, mi piacerebbe essere il ghibli, quel soffio arrostito che arriva fin qui – trascinandosi die-tro la sottile sabbia strappata al deserto e colorando il cielo di un giallo che induceva al segno di Croce le nostre nonne – dopo aver fustigato le terre intorno al Sahara, anche le già nostre Cirenaica e Tripolitania, oggi Libia di quel Gheddafi che solo noi accogliamo con onori, inchini e salamelecchi, aggiungendo i nostri ai suoi nau-seabondi caroselli, mentre le motovedette che gli abbiamo regalato – felice intuizione! – mitragliano i pescatori italiani. Io però non “tempestarei ‘l mondo”, come aggraderebbe al Cecco. Piuttosto, ammasserei su, in alto nel cielo, quell’aria cucinata dal sole e sbuf-ferei un unico, gigantesco pernacchio. Addosso al ministro Brunet-ta, che non conosce pudore se osa dichiarare “se non avessimo la Calabria e la conurbazione Napoli-Caserta… l’Italia sarebbe il primo paese in Europa” – non a caso si dice “corto e mal covato”– addosso alla Lega delle scritte “forza Etna” sui muri nordisti, quando il vulcano infieriva, e della barzelletta dei due terremoti al Sud, il primo di portata tale da fare terra piana e uccidere tutti i re-sidenti, galline comprese, il secondo, tre giorni dopo, per un’uguale sorte sui parenti emigrati accorsi per le esequie – tra i leghisti, privilegerei quella faccia da uovo di Pasqua di Calderoli: con un nastro colorato, mento-nuca all’uso dei morti freschi di giornata, e con un fiocco in cima lo si potrebbe tranquillamente spacciare per tale. Addosso all’Italia che ci annega di sputi, addos-so ai Governi che da 150 anni ci mantengono conquista su cui non sprecare passione, addosso alla inettitudine, e altro peggio, dei po-litici che ci rappresentano e neppure s’accorgono del saccheggio, già avvenuto, di 13 miliardi e passa di fondi FAS destinati alle aree sottoutilizzate, al Sud quindi, e invece finiti a Como, a Bergamo, per l’Expo di Milano, eccetera, addosso a noi che restiamo supini, disponibili alle pompate di chiunque voglia sfogare l’umore, o al-tro, e che sappiamo solo piangerci addosso e tendere pietosa la mano, quando sarebbe tempo d’impugnare un robusto ramo d’ulivo e menare a tutto spiano, lungo la penisola, da qui fino alle Alpi. Addosso ai Savoia cui prudette il didietro per allargare il re-gno e legittimarono le mafie, delegando la camorra per l’ordine pubblico a Napoli, addosso a Garibaldi a cui non è bastato d’essere eroe di un solo mondo, addosso alla storia che tace delle migliaia di uccisioni, delle razzie, di interi paesi rasi al suolo e che ha tra-sformato in spregevoli briganti uomini – molti erano soldati dell’esercito regolare borbonico – che, in un diverso corso degli eventi, sarebbero stati patrioti insigniti di medaglie, monumenti e vie alla memoria, addosso alla legge Pica che fu ingorda di sangue. Insomma, un gigantesco pernacchio addosso all’unificazione dell’Italia.
È rabbia. La stessa del libro “Terroni”. Dove Pino Aprile dimostra, lui cifre alla mano, che il già Regno delle Due Sicilie non ha tratto vantaggi dall’accorpamento. Il contrario, anzi. Era fiorente sotto i Borbone, mentre lo Stato savoiardo era il più indebitato d’Europa. Ha attinto dalle nostre casse per sanare le sue. Sono state cancellate fiorenti industrie, come quella siderurgica di Mongiana, con 1500 dipendenti. E ci è toccato il ghetto.
Ci siamo difesi, a modo nostro, come sapevamo fare. Anche attra-verso i briganti, degenerati in onorata società prima e in ’ndranghe-ta dopo.
Oggi ci rinfacciano di azzoppare l’Italia. E rivangano la Cassa per il Mezzogiorno, quei fondi, definiti straordinari e durati decenni, che sarebbero stati tolti alle casse comuni per darli al Sud. Ma cosa c’è di straordinario nel costruire strade, ospedali, scuole, acquedot-ti, fognature? Nulla, se non la necessità di far apparire un di più ciò che altrove è normalità, ciò che spetta di diritto. Certo, con quei soldi, noi… Come sappiamo farci male da soli non è cosa di nes-suno. Abbiamo sperperato, costruito cattedrali nel deserto, opere inutili, o incompiute che restano lì a piangere e a mettere a nudo le nostre incapacità. Il risultato? Ci ritroviamo la viabilità più disa-strata, la sanità più sgangherata, le scuole più fatiscenti, il degrado, insomma, e un divario con il Nord che si fa pensare incolmabile. Inefficienza, quindi. Assistenzialismo no però, non lo è stato.
Ai manovratori è anche convenuto mantenere il ghetto. Prendiamo la sanità. La Calabria vanta, modestamente!, il maggior debito pro capite. E la minore efficienza. Nella ex ASL di Palmi, delegata ai servizi per la Piana di Gioia Tauro e per i paesi alle pendici dell’Aspromonte tirrenico – 170.000 abitanti – da circa quindici anni c’è una dotazione di 140 posti letto per acuti, distribuiti su cinque ospedali!, e circa 40, di strutture private, per post-acuzie, Lo standard nazionale, sancito dal Patto per la Salute 2010-2012, prevede quattro posti letto ogni mille abitanti, di questi 3,3 per acuti e 0,7 per riabilitazione e lungodegenza post-acuzie. Il conto è semplice: dovrebbero essere 561+119 = 680. Ne mancano la bel-lezza di (680-140-40) = 500. Se però ci fossero, tutti ed efficienti, e cessasse quindi la necessità di emigrare per salute, come farebbe la Lombardia – e altre regioni – a far quadrare i conti di una sanità lì sovradimensionata (attorno al sei per mille)? Le deduzioni, al buonsenso di chi legge.
E i quattro ospedali previsti in Calabria (Piana di Gioia Tauro, Si-baritide, Vibo Valentia e Catanzaro) e finanziati dal CIPE? Se ne è persa traccia, speriamo non si perda anche la memoria. Intanto, ci scanniamo tra noi. Sono di questi giorni le ribellioni al Governato-re Scopelliti. Ed è ormai antica la diatriba sul sito dove dovrebbe sorgere l’ospedale della Piana di Gioia Tauro – se farlo lì o a quat-tro chilometri da lì! Pure, è squallida e begera la difesa a oltranza, per una mera questione di campanile, con l’unico scopo di non perdere consensi per le future elezioni amministrative, di strutture sanitarie che definire lebbrosari è già un apprezzamento.
Per questo, e per tant’altro, da un po’, da Napoli in giù, si torce il muso sull’unificazione – e la macchia si allarga, di pari passo con l’idea di secessione della Padania, sbruffonata o verità che sia. E qui mi torna in mente il marchese Umberto Cianci Carbone, che a modo suo si oppose alla conquista. In verità marchese non era, solo Cavaliere. Marchese pretendeva però d’essere chiamato – guai con il nerbo di bue a chi sgarrava – convinto che il titolo del padre de-funto non avesse preso la strada di Napoli assieme al fratello mag-giore, ma fosse rimasto appiccicato alle mura del palazzo, rimasto a lui. Se non era marchese, Cianci Carbone, Generale lo fu, sebbe-ne si nominò da solo. Fedele al re Borbone, assieme ad altri nobili organizzò in armi – vecchi archibugi, forconi, roncole, coltellacci – migliaia tra garzoni, lavoranti, mezzadri, servi, con lo sbandierato intento d’affrontare Garibaldi e i suoi, sbarcati sulla spiaggia di Melito Porto Salvo il 19 agosto del 1860. Non successe niente, se non parate ed esibizione, teste che fumavano nell’elaborare strate-gie militari e piani d’attacco e scialate di carne con cui irrobustire l’animo degli improvvisati soldati – per i più era la prima che ma-sticavano, a parte quella dei tordi che, tenuti bassi dal levante, s’impigliavano nelle reti parate a sbarrare un passaggio obbligato. Avesse combattuto e vinto, come sarebbe potuto succedere se a-vesse portato vero ardimento e amor di patria a supporto di quelli immiseriti dei militari del Regno delle Due Sicilie, Umberto Car-bone Cianci si sarebbe crogiolato negli onori della storia, invece di dover scappare su una nave a Malta, nascosto in una botte e profu-go per sempre, e noi non saremmo qui a farci sputare addosso dall’altra Italia, quella secessionista, quella che ci ha conquistato e che ci mantiene sudditi da sfruttare e su cui infierire.
Ora, a molti piacerebbe si potesse tornare indietro. Al punto da op-porre, al governo imperiale e alla Padania, un unico e arrabbiato grido: ridateci Franceschiello e il Regno delle Due Sicilie. A che ci hanno ridotto!

Mimmo Gangemi


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