Mimmo Gangemi


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Mimmo Gangemi - L'Attesa

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Il Lametino


Puparo o Pupo


“Qua ci vuole un ingegnere” soleva dire mastro Pietro di fronte a una cosa troppo complicata per la sua testa così così, trattenendosi pensieroso, la mano tra i capelli sotto il basco fatto con la carta dei sacchi del cemento, la grossa matita dell’arte sull’orecchio. Questa storia del riciclaggio miliardario e della truffa più grossa mai perpetrata in Italia, per capirla, non basta però un ingegnere. Io, che lo sono, nemmeno ci provo. Non approderei a niente, se non al mal di testa e alla certezza ch’è un’altra lordura di un’Italia misteriosa, che cammina alla rovescia: politici al soldo della ‘ndrangheta, apparati dello Stato e grande economia che ci
fanno comunella, società fantasma e di comodo e scatole cinesi, denaro che parte sporco di sangue e rientra immacolato, tasse che non si pagano eppure tornano moneta sonante.
Mi domando però chi sia a metterci le idee. Ché certo non le ha partorite la mente della ‘ndrangheta. Finché si tratta di trovare il modo di votare le schede bianche e di fare eleggere un senatore in una circoscrizione estera, nulla da obiettare, è nelle sue corde.
Come lo è il riciclaggio, la ‘ndrangheta ci ha sguazzato sempre, e sempre al Nord. Sono le cifre che sorprendono e impressionano, numeri che, a scriverli in lire, stancherebbe la mano. E sono i partners coinvolti, colossi quali Telecom, Fastweb. Questo non riesco ad accreditarlo a chi in gioventù, tra un’ammazzatina e l’altra, accudiva pecore – con tutto il rispetto per le pecore – o alle nuove leve, nonostante la laurea. Credo piuttosto che sia roba d’importazione. “Di gente che ha gli studi, teste grandi quanto una
cocuzza lasciata per semente” avrebbe detto mio nonno, morto nelle profondità del secolo trascorso.
Se così è, può mai essere la ‘ndrangheta a muovere i fili? O non piuttosto è essa stessa giostrata da altri che abitano in cielo e poggiano il posteriore su poltrone imbottite?
La ‘ndrangheta è puparo o pupo, insomma? Non lo so. Intanto, s’è allargata ben oltre la Calabria. Esportiamo
pure noi, che credete? Assieme alla ‘ndrangheta, droga, armi, nefandezze varie. E, specialmente, la paura. Ora, altrove forse capiranno la nostra – ma non è una consolazione. La meglio gioventù è già tanto che la esportiamo, si fa valere al Nord, per il dispetto di Bossi, bilanciando il disonore che ci viene dagli uomini
d’onore.
Abbiamo anche importato. Sequestrati, fino agli anni ’90. Portati giù dentro betoniere, camion con frutta, carri funebri con la bara occupata da uno vivo, a volte poi sotterrato a ingrassare la terra.

Tutto da lì è peggiorato, proventi investiti in droga che hanno prodotto altra ricchezza, allargato gli orizzonti fino alle vicende di questi giorni.
Oggi, di fatto la ‘ndrangheta è la maggiore industria che la Calabria possiede. Solida e concreta, un’azienda dove non ci sono scioperi, rivalse sindacali, dove non si rischia la cassa integrazione, dove il licenziamento è un bel cappotto di legno, con la liquidazione pagata a piombo. Abbatte l’occupazione, impiegando addetti – l’unico requisito richiesto, che abbiano il cuore con i peli – mette in circolo il denaro, scuote l’economia, crea il meccanismo del moltiplicatore sociale. Perché fattura 44 miliardi l’anno. Gran parte li investe fuori, affari che muovono altri affari, soldi che muovono altri soldi, che partono lordi e tornano lavati e stirati. Un po’ rimangono. Spesi qui, in macchine, in ville, in terreni, in lussi vari. I ‘ndranghetisti avranno spostato i loro intrallazzi a Milano e nelle aree più ricche – qui non hanno più cosa spremere – però a casa loro ci tengono a esibire, a mostrare il benessere raggiunto, ciò che credono riscatto sociale, quasi fosse appiccicato ai soldi, qui dove erano noti gli stenti dei padri, dei nonni, quando la miseria era dei più, ‘ndranghetisti e non, a saziarsi con l’odore di cucinato che arrivava da altre case, vestiti che non bastavano per tutti e poteva uscire per strada solo chi era più svelto ad accaparrarseli, le maniche della giacca più luccicanti di una scia di lumache, per il canale di muco che faceva capolino dalle narici e lì asciugavano. Questi movimenti di denaro, assieme al lavoro in nero, falsano il bilancio di una regione classificata all’ultimo posto del reddito pro-capite nazionale. Senza che lo sia. Basta guardarsi intorno, nei paesini e nelle città. Lusso, esibizione, e, comunque, non la fame che raccontano i numeri. Alla luce di questo intreccio che coinvolge economia, politica e malavita, con dimensioni e soci sproporzionati, come dobbiamo guardarla oggi la ‘ndrangheta, noi che abbiamo respirato la stessa aria e gli altri che cominciano a respirarla?
Se nelle stanze in alto si sono infettati di ‘ndrangheta, se la ‘ndrangheta si insinua ovunque e si muove a proprio agio dove pochi decidono il futuro di tutti – o viene mossa con i fili, per il solito dubbio se sia puparo o pupo – se sta al potere come un bicchiere di rosso corposo sta ai fagioli con le cotiche, se non si hanno scrupoli a combinarci affari miliardari, intrallazzi, frodi, a riempirsi le tasche del denaro che trasuda sangue, se sarà confermato che certo Stato deviato ha affidato e pagato alla ‘ndrangheta lo smaltimento di scorie tossiche e radioattive depositate nel centro ENEA di Rotondella, se insomma emergerà che la ‘ndrangheta riesce a diventare Stato e che, in tutti i casi, torna comoda a chi gira la manovella – perché non fa rumore, non sfida, non si batte il petto nel mea culpa in un confessionale con tanto di giudice – o che è essa stessa a tenere lo sterzo, cosa rimarrà a noi comuni mortali, superstiti di un tempo in cui l’onorabilità, il decoro, l’onestà contavano, ed esisteva ancora la vergogna, prima che la corruzione diventasse normalità e la correttezza un optional che giova solo alla coscienza?

Mimmo Gangemi


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