Mimmo Gangemi


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Mimmo Gangemi - L'Attesa

Racconti brevi





Sulle panchine del Corso i vecchi si lasciavano vivere, o morire.

Canuti, la pelle arida e raggrinzita e pensieri estranei alla vita che si affannava attorno, sostenevano il mento sul dorso delle mani poggiate sui bastoni. Lì offrivano penosa vista, tremolando le gengive vuote, inseguendo senza sospiri al rimpianto ricordi giovani. Attendevano certezze, aggiunte dagli anni a smorzare inutili pene e frenesia terrena. Scandivano un lento scorrere di tempo, di sicuro altrove più veloce, e sprigionavano un senso di immutabilità.
Anche Peppino arrancava lenti e trascinati passi sui marciapiedi. Più vecchio e ansimante, andava a fare muta compagnia agli altri, solo ora suoi coetanei, per il cumulo degli anni. Ma aveva occhi stranamente inquieti, ancor più al contrasto dei segni del tempo, e uno sguardo lontano a inseguire caparbio un sogno di anni da venire: l'uguale scorrere di altro millennio.
Proprio quel pensiero, suggerito da altri e subito puntigliosa ossessione, lo aveva sospinto innanzi, mentre attorno uno a uno gli cadevano i compagni. Lì, al tiepido sole di primavera o all'ombra dei tardi pomeriggi d'estate, consumava ore che lo separavano dal traguardo dell'aver respirato l'aria di tre secoli. Con la caparbietà dell'attesa risospingeva indietro l'unico ostacolo: la morte.
Ma non impediva il lento annebbiarsi dei pensieri che sempre più spesso si accavallava all'ansito della voglia di varcarla infine quella soglia, anche di un solo giorno, di quel tanto che bastasse a coronare il sogno tardivo della sua vecchiaia.
E si smarriva a volte, per traditore sangue che gli scorreva lento e parco, fino a perdersi in un mondo nel quale scompariva l'ansia del traguardo, in anni lontani improvvisamente nitidi e presenti, come vissuti davvero, di quando solo lui decideva a cosa coltivare la prima terrazza dell'orto o se fosse il momento di impalare i fagioli, o di quando avvertiva nella sua stanchezza il tempo che anche i figli smettessero il lavoro.
Ma si risvegliava all'ostinazione, in un alternarsi nel quale lentamente però vinceva l'antico.
"Sputa" si diceva con accorato puntiglio quando, appena lucido, vagamente intuiva lo smarrimento di poco prima, rammentando il gioco che facevano da ragazzi a colpirsi con le canne sulla testa, che obbligava allo sputo per scongiurare il rischio di morte vicina.
Ci arrivò al passaggio, ma non lo seppe mai: l'alba del duemila lo colse smarrito nei ricordi, mentre giovinetto correva in affanno di fatica e paura sulle inutili pietraie del Carso per combattere un'incomprensibile guerra, o mentre più adulto si dannava con la zappa, o attraversava il podere appena comprato con gli anni d'America.
Fino all'ultimo giorno ripercorse vivide ore di gioventù, sorpreso alla vista di mani ingentilite dagli anni di riposo, nel mentre muoveva rumorose, sciacquettanti e rapide le labbra come quando rinvigoriva la brace del sigaro che si andava spegnendo, canuto ed immutabile come i ritrovati compagni.
E "sputa" ancora ripetè prima di cedere alla morte.


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