Mimmo Gangemi


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Mimmo Gangemi - I fantasmi di Badolato

Racconti brevi





Dopo pranzo ero stato io a fissare la meta: Badolato, o meglio, finalmente Badolato. Lo avevo programmato per anni, suggerito da una mia cugina che ne era rimasta affascinata, pronta com'è a esaltarsi per qualunque bruttura, purché antica e locale.
Finalmente Badolato perché meta breve consigliavano le poche ore di luce che offriva quel pomeriggio del 17 settembre e la vicinanza con Montepaone Lido, dove quella stessa sera la figlia poco più che quindicenne di Sebastiano, amico e fratello, avrebbe sfilato, forte dei consigli e del tifo dei parenti accorsi numerosi, per battere le altre cinquantanove finaliste al titolo di "un volto nuovo per il cinema", davanti a una giuria presieduta da Zeffirelli.
Nicola, al mio fianco, si è sfregato le mani, come è solito fare nei suoi momenti spensierati.
Dietro, i bambini scherzavano rumorosi, agitando ogni tanto le braccia all'indirizzo delle nostre mogli sull'altra macchina.
Anch'io mi sarei sfregato le mani, se pure per me quello fosse stato un gesto che celebrava la serenità dell'animo.
Badolato, finalmente.
Da lontano, un borgo umbro, come Baschi, accucciato sulla collina, con le case, antiche e dai coppi muschiati, a degradare disordinate, vicoli stretti e bui tra due file di alte costruzioni in pietra e calce, portali a incorniciare portoni disfatti dal tempo e dall'incuria.
Percorrevamo stradine di un altro tempo, una rarità da noi. Rispondevamo al saluto dei pochi abitanti. Spiavamo dentro gli usci aperti, salivamo con lo sguardo le rustiche scalette d'accesso alle case. Scrutavamo gli abitanti seduti sui gradini, intenti a chiacchierare tra loro o alla piccola animazione della via: non avevano sul volto l'indifferenza dell'abituale. Incuriositi, ci seguivano con lo sguardo.
Dentro una bottega di barbiere un grande specchio dagli angoli rovinati ci restituiva l'unica sedia antiquata e deserta. Il barbiere era poco discosto, intento a un tavolo appoggiato alla parete di fronte. Rigirava la stoffa di un vestito, armeggiando con il gessetto, il ditale al dito e un ago trattenuto tra le labbra sporte a broncio. Tutto attorno, gli strumenti dell'arte: la macchina da cucire, un cuscinetto per gli aghi appeso alla parete, il ferro da stiro, stoffe nello scaffale. La terza parete chiariva definitivamente il doppio mestiere. Vi si alternavano chiome impomatate e lucenti pettinature su volti di giovani che mi ricordavano le foto ovali di mio padre ventenne, e piacenti modelle, che oggi avranno l'età di mia nonna, in vestiti tutti pieghe e fronzoli.
Lungo le vie, qua e là, i tocchi del cemento, che deturpava, sul lastricato dei vicoli, sulle muri delle case, a sostenere i fili della comoda modernità o a saldare una lesione.
Io spiegavo le poche cose di cui ero certo, da ingegnere cresciuto al soldo del cemento armato: i buchi sulle facciate occorsi ai mastri per realizzare il ponteggio di sostegno, le case sventrate per non gravare i muri lesionati.
I bambini ci giocavano davanti.
La gente sembrava un tutt'uno con il paesaggio. Era tanto vera che sembrava falsa, come messa lì apposta dalla Pro Loco locale a esibire la perfetta simbiosi con le cose, nei capelli delle donne con le coroncine a treccia, nel canestro di giunco tenuto in bilico sulla testa con il supporto di una corona di pezza, nelle camicie degli uomini bianche, inamidate e chiuse, da cappio al collo, nelle chiacchiere delle comari sedute sull'uscio di casa, intente ad armeggiare sui ferri e con lo stesso sorriso dolce e cerimonioso delle nostre nonne.
Più d'uno, nonostante il caldo ancora estivo, indossava la maglia interna di lana, come ho sempre visto fare a mio suocero, farmacista, giorno e notte, estate e inverno. E mi meravigliavo che ne sopportassero contatto e calore, mentre io sudavo e affannavo nella mia camicia di cotone.
Veniva della musica dai vicoli, pastorali al ritmo di tarantella naturalmente.
Ma qualcosa mancava, che non riuscivo a cogliere.
Poi capii: gli animali, asini e muli, le loro stalle e i fetori, e gli escrementi lungo le vie lastricate.
In compenso, le macchine. Entravano appena in quelle viuzze tutte ripidi saliscendi, transitando una per volta, come per preciso accordo sancito da un semaforo che non c'era. Stonavano tra le sacre crepe del vecchio così incomprensibilmente mantenuto.
Le case dei ricchi ancora impressionavano con i loro fregi: colonne con capitelli, massicci portoni che chiudevano su ovali a raggiera in ferro battuto, barbacani scolpiti, portali in pietra con lo stemma gentilizio al centro dell'arco. Quelle dei poveri erano semplici, belle di un’apprezzabile semplicità popolare. Convivevano, fronteggiandosi o offrendosi il fianco.
Immaginai il divieto di utilizzare il muro adiacente che doveva aver subìto il povero, costretto così a farsi il suo, inutile spreco di uno spazio già esiguo. Immaginai il ricco torcere il muso alle vergogne dell'indesiderato vicino, e i rimproveri a un vivere più civile.
Mi sorprendeva tanta conservazione, come mi aveva sorpreso quella della non lontana Gerace. Mi sorprendeva perché in quei volti, nelle pose delle comari sulla sediolina di corda, nei vestiti e nelle acconciature, nel cortese e antiquato saluto dell'incontrarsi anche estranei, nell'accompagnare curioso i nostri passi riconoscevo la mia gente, quella stessa che ha fatto del mio paese lo scempio che é diventato, e tutto negli ultimi trent'anni: un cumulo multicolore e inguardabile di rattoppi, lamiere e cemento.
Non mi capacitavo perché là non fosse successo.
Un giovane alto e magro, rattrappito nei lineamenti di un volto malaticcio, ci ha rivelato i recenti acquisti di decine di quelle abitazioni da parte di forestieri.
"Svizzeri di Berna" ha detto, a bocca piena, quasi sillabando, dopo aver inspirato forte dal naso, alzato il capo facendo perno sulla nuca e inarcato le sopraciglia, a mostrarci una meraviglia in lui non ancora sopita e sapendo di stupirci.
Tutto era successo, ci ha spiegato, dopo un servizio della Rai, che avevo visto anch'io, "un paese in vendita". Loro, gli indigeni, si erano lamentati dell'esodo della popolazione, che preferiva il nuovo al mare, poco più in là, e della noncuranza dello Stato che non concedeva finanziamenti per preservare il borgo.
Ci indicava le case acquistate e come le avevano adattate a un vivere migliore senza mutarne le facciate di nuda pietra e asportando le aggiunte del cemento.
Mentre parlava, gli leggevo l'orgoglio per luoghi che erano pure suoi e che attiravano i turisti, anche se non si capacitava come potessero farlo proprio i loro disagi, quei muri vecchi e umidi, le coperture in coppi che non impedivano l'acqua, le vie insidiose e tanto ripide da mortificare il cumulo degli anni.
Anch'io coglievo dentro di me parte delle sue perplessità.
Abbiamo percorso il borgo tagliandolo in due attraverso la via principale, il Corso Umberto I, una stradella non più larga di due metri e mezzo dove a stento passa una macchina e dove anche gli asini dei miei ricordi, con i cofani laterali caracollanti e colmi dei beni degli orti, avevano dovuto darsi il passo. Viuzze ripidissime. Scendendole, io pensavo al ritorno e al mio fisico poco allenato per discese che sarebbero diventate pesanti salite, contento ora del lastricato di cemento rigato che copriva le lucide, irregolari e scivolose pietre del selciato. Puntavamo una chiesa che chiudeva l'abitato degradando su un pianoro delimitato da due profondi costoni. Era discosta dalle ultime case, separata da queste da una lunga e ampia scalinata in taglio di pietre di fiume infisse nel terreno a formare larghi scalini che costringevano noi uomini sempre allo stesso piede, certo cavalleresca concessione al passo femminile che, più corto, invece alternava l'alzata.
Percorrendo la scala in pietra sul crinale tra i due costoni ci si apriva quell'ultima costruzione che chiudeva l'abitato. Oltre, sullo sfondo e di fronte a noi che avanzavamo, il mare Ionio, poco lontano, meno di due chilometri in linea d'aria e di cinque di asfalto, impedito a tratti dagli alti palazzi del cemento armato.
Scendendo, era come vivere due tempi, l'immutabile e il frenetico, impossibili assieme, eppure lì, nel silenzio fatto di rumori sempre uguali e antichi quanto le case del borgo e nell'affannata vita che intravedevamo all'orizzonte, tra il luccichio delle macchine inquadrate per un attimo dal sole sulla mortale statale 106 e i fastidi del moderno che immaginavo tra vie agitate dalla fretta e dai calcoli dell'uomo.
Era bella, antica e maestosa la chiesa. Pure perfettamente inserita nel contesto, un tutt'uno, con i suoi tenui colori dell'imbrunire, con il brullo circostante, quella messe di grano mai mietuta, come appariva la campagna attorno, dove il giallo delle erbe rinsecchite dal sole ricordava la mietitura e serpeggianti sentieri discendevano il costone segnandolo di un pacato filo marrone. Bello a vedersi, ma bello di miseria. Terra riarsa e assetata, con nulla da coltivarci, non orti, non ulivi, radi e isolati, non il povero grano o le patate. Eppure contadini incontravamo, facce a me note, con il viso tirato e sofferto del lavoro dei campi. Contadini ostinati a restare tali, a non lasciarsi sconfiggere da quella secca plaga. E le loro case, immutabili da generazioni, erano lo scontato epilogo di povertà e miseria, in terra avversa, ma pur amata.
Così mi spiegavo la conservazione. Gli anni del benessere non erano passati da lì, non ancora, quegli anni sovvertitori che altrove, ovunque da noi, avevano trasformato piegandoci a modernità, vita comoda e cattivo gusto. Lì la miseria, benedetta miseria, tanto più sopportabile e apprezzabile quando é degli altri e non nostra, aveva conservato e mantenuto, per le orde da venire, da Berna o dall'Aspromonte, a portare anche lì, in ritardo e alle generazioni successive, il benessere.
Sulla sinistra, giù a valle, una casa a tre piani, bianca e lucente, che si stagliava, contrastante e unica nella sua modernità, sulla gialla campagna attorno. Faceva parte del colpo d'occhio per chi percorreva la strada in macchina, con l'antico borgo in alto a meravigliare e questa ai piedi. Stonava. E certo da essa, per la magia dei luoghi, non emanava la civiltà che doveva inorgoglire i suoi abitanti.
Gli interni della chiesa non erano niente di eccezionale, una come tante, molto simile nelle navate a quella del mio paese.
Era l'esterno che colpiva e affascinava, in un armonioso colpo d'occhio con sullo sfondo il mare. Offriva mirabile vista per chi scendeva dall'alto, con un'assonometria che si apriva man mano nei particolari: le facciate pulite e semplici, il piccolo campanile e un corpo a forma ottagonale, appena sporgente dal tetto, che ricorda la chiesetta di Stilo.
Visitati gli interni, ci siamo fermati a parlare sul piazzale. La nostra guida, un contadino con l’aria, i modi e i panni del contadino, si è detta d'accordo sulla necessità di eliminare i rabberci in cemento della scalinata, ha condannato le vergogne dell'eternit giunto anche lì a sostituire i coppi e la casa che si ergeva superba di là del costone. Ha poi apprezzato il lavoro dei giovani di Mondo X, che avevano risistemato lo spiazzo tutto intorno alla chiesa. E si è rammaricato che non fosse stato possibile usare la calce come legante del muro in pietrame che lo sosteneva.
Ha poi rivolto lo sguardo verso il mare e condannato con un lento e severo ciondolare di testa i compaesani trasferitisi là, dentro i casermoni in cemento che ci impedivano il mare.
Era orgoglioso del suo essere rimasto, uno dei settecento che garantivano la vita.
Mentre parlava, io osservavo quell'anomala guida vestita della solita maglietta di lana e di pantaloni di orbace stretti in vita da una rustica cintura da cui gli sbordava il ventre. E mi sembrava piacevolmente sconvolgente che, fra i rimasti, compito e privilegio fossero toccati proprio a lui, così ignaro di tutto e contadino fin dentro le più profonde viscere. Era inquietante ma genuino, la degna espressione di una civiltà contadina ancora intatta, irripetibile e da custodire gelosamente perché provvisoria testimone del tempo, destinata a scomparire al deflagrare del “progresso”.
Risalendo la scalinata, io, figlio di un altro tempo, schiavo di un mestiere che distrugge i sogni per adattarli alla logica dei numeri, ho presto rimosso l'aria irreale appena respirata, il sapore di antico che mi aveva coinvolto. E ho rivolto il pensiero alla fatica che era costata udir messa la mattina, con quella penitenza da affrontare al ritorno.
Poi mi sono concentrato sui miei passi, senza strafare, con un avanzare lento e uguale, perché la discesa di prima era diventata dura salita, che affrontavo assieme a Nicola, mentre le donne e i bimbi si erano avviati per aspettarci lungo la strada lì vicino.
Ansimavamo salendo. Sentivamo gli anni e la vita sedentaria. L'antico attorno s’era sbiadito, concentrati come eravamo sul percorso, a testa bassa per evitare che la vista della tanta strada da ripercorrere e la pendenza ci indebolissero le già poche forze.
Sottilmente, però, facevamo gareggiare i nostri pari anni. Nicola parlava a volte, cercando di mascherare l'affanno.
Io rispondevo a monosillabi, per risparmiare le forze. Avanzavo, piano e costante, cogliendo con la coda dell'occhio Nicola teso allo sforzo di affiancarmi e superarmi. E reagivo, riguadagnando breve distanza che lui ogni volta colmava.
Non era vera competizione, era la gioventù che se ne andava: sentivamo che stava accadendo e ci opponevamo, per ingannare per primi noi stessi e illuderci, nella piccola ammirazione dell'altro per una fatica ben sopportata, che su noi gli anni non erano passati come sui nostri coetanei, ma più lenti e compiacenti.
Lungo un tratto pianeggiante abbiamo incontrato davvero gli svizzeri di Berna. Ci è bastato guardarli da lontano per etichettarli tali. Una bella coppia. Salutavano tutti. Salutarono anche noi. E forse per loro pure noi fummo un pezzo di antico, degli immutabili con le stesse facce antiche degli abitanti. L'idea che potessimo essere apparsi tali mi ha ferito.
Appena fuori dal vicolo, lo spiazzo grande dove avevamo posteggiato le macchine. C'era cemento ovunque, come messo lì apposta per riportare subito e senza fronzoli alla realtà.
Sulla strada del ritorno ho chiesto ai bambini se era loro piaciuta la gita. Solo Andrea, il mio piccolo, di quattro anni e mezzo, ha risposto di no: "perché ci vivono i fantasmi".
E in fondo era proprio così. Lì c'era gente irreale e incomprensibile, ancorata alla miseria, in case umide e in rovina, anguste e maleodoranti, le stesse dei loro padri, dei loro nonni e dei padri dei loro nonni. Non capivano come i loro disagi potessero attrarre, non erano pronti a cogliere il nuovo: davvero fantasmi, ignari testimoni di un tempo che si è fermato, ignari tramandatori del passato. Erano rimasti per paura di un confine vicino ma ignoto, là, al breve orizzonte, o perché i più poveri, di averi e sentimento.
Altri, i più, erano stati lusingati dal mare, dai vantaggi che da sempre associamo al mare, e dalle invitanti terre pianeggianti che si allargavano intorno. E se ne erano andati, lasciandosi dietro i vecchi vinti dalle radici e dall'abitudine.
Erano rimasti i fantasmi, aveva ragione Andrea.
Rientrando facevo finta di dormire, per mettere meglio a fuoco quei pensieri. Guidava Stefania, i miei occhi della notte.
Mi chiedevo perché mi avesse colpito Badolato, era soltanto un vecchio borgo, grondante di povertà e disparità sociale, come tutti i nostri paesi fino agli anni '50. E perché la gente vi si reca ammirata. Non trova monumenti, né opere d'arte. Solo le tracce di un passato neanche troppo lontano, che già conosce, per averlo vissuto, o ascoltato dalla generazione appena precedente. Be’, forse va a rivedersi com'era, per non ricaderci, perché sia un monito che il benessere non offuschi.
Anch'io ne sono rimasto affascinato. Eppure ne ho demolite tante di costruzioni come quelle nella mia professione, senza pensieri né rimpianti, la giusta fine che tocca al rudere, per rendere la vita più comoda. Forse a me é successo perché mi ha riportato l'infanzia, lo stesso selciato che percorrevo tra i cacoccioli delle capre, le case con i vecchi coppi che il vento di levante sdradicava, l'uguale vista di palazzi dentro i quali era privilegio essere ammessi.
Sì, ho frenato per un po’ il tempo e mi sono ritrovato bambino mentre aspettavo che mio padre uscisse dall'ufficio postale per perdere la mia piccola mano dentro la sua e sciogliermi nel suo misurato sorriso.
Ho poi pensato che avevo scordato Montepaone e il concorso di bellezza. E che avrei dovuto nascondere a Sebastiano che ero arrivato a una diecina di chilometri ed ero tornato indietro. Non avrebbe capito lui, intento com'era ad inseguire, per sua figlia, la maggiore soddisfazione che poteva offrirle la vita, più di dieci lauree o di un buon matrimonio.
L'ultimo pensiero, prima di prendere sonno, davvero è stato per quel maledetto cemento dei viadotti della superstrada che percorrevamo sotto la pioggia.
Maledetto cemento di un mestiere che toglie fiato al sentimento.

17 settembre 1993
Domenico Gangemi


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