Mimmo Gangemi


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Mimmo Gangemi - L'Attesa

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I boss tra riti antichi e nuove idee di business



La ’ndrangheta, forte degli uomini del nostro disonore, ha già spremuto le mammelle esauste della Calabria – delle olive è rimasto il solo nocciolo – e ha azzannato altrove. Seguendo la scia dei soldi, è arrivata al Nord e ha infettato pure lì. L’Italia lo ha scoperto troppo tardi, quando il cancro s’è allargato in metastasi. Filiali in Lombardia, in Piemonte, ovunque ci fosse qualcosa su cui allungare i tentacoli. Non le è stato difficile incunearsi, contaminare, allargarsi, per la soglia di moralità che si è abbassata, per coscienze che oggi il denaro acquieta facile, per i valori smarriti.
Sul punto, l’analisi della Direzione nazionale antimafia appare lucida. Anche laddove rileva che “gli indagati operano secondo tradizioni di ’ndrangheta: linguaggi, riti…”. Non potrebbe essere altrimenti: se la ’ndrangheta tranciasse di colpo tutto ciò che la riconduce all’onorata società, si svuoterebbe da sola, perché verrebbe meno l’affiliazione ideologica che fu dell’onorata società e che in parte della popolazione resiste nonostante le nefandezze di cui si macchia la nuova orda assassina e senza scrupoli. È vitale mostrare continuità con un’organizzazione che raccoglieva il consenso dei più, farsi pensare la stessa di allora, quando l’onorata società era Stato in una terra dove lo Stato aveva abdicato, lasciando che l’Aspromonte diventasse zona franca. È vitale non far emergere che l’onorata società – indubbiamente da condannare, ma che ancora era una malattia da cui poter guarire – si è dileguata e trasformata in ’ndrangheta appena sono comparsi i soldi facili: le mazzette per la costruzione dell’autostrada prima, i sequestri di persona dopo, i traffici di droga e di scorie radioattive in seguito. Per la ’ndrangheta è insomma vitale avere uno stabile punto d’appoggio, un luogo d’approdo dove le venga agevole camuffarsi e ingannare.
Negli anni, la ’ndrangheta, forte di capitali ingenti, ha guardato al ricco Nord come il posto più facile dove mascherarli e farli fruttare. E vi ha mandato i suoi emissari, la gente di famiglia di cui è composta ogni ’ndrina e perciò difficile al tradimento. Questi hanno intrecciato affari con gli imprenditori, tramato intrallazzi, penetrato la politica e il potere, portato la paura e l’omertà – con esse, forse un po’ di comprensione verso chi qui vive e non intende immolarsi eroe. Sempre restando ancorati alla terra madre, e alla famiglia, che in Calabria continua a vivere e alla Calabria affida il perpetuarsi.
Non mi convinco invece che ci possa essere una diretta dipendenza delle consorterie estere dalle cosche locali. A meno che non si voglia intendere tale il legame che viene mantenuto con la terra dove tutto ebbe inizio: sull’emigrato il tempo scorre più lento che altrove, il passato è duro a morire, gli usi e i costumi lasciati velano gli occhi al rimpianto fino al fondo dei giorni.
Sia in Calabria, sia nelle diramazioni sparse in Italia e nel mondo, non mi trova d’accordo la cupola verticistica a cui tutti dovrebbero dare conto. Ognuno risponde alla cosca di appartenenza. Ci sono ’ndrine più potenti, la cui parola ha più peso e più prestigio e il cui campo non è salutare invadere, questo sì. Senza però un capo supremo. E, comunque, certo non lo è quel tale indicato dalle cronache. Da queste parti non si riesce proprio a immaginarlo, un capo dei capi della ’ndrangheta, di una struttura che fattura 44 miliardi all’anno, a maggior ragione se viene individuato in un vecchio dell’onorata società che girava i mercati con un’Ape a tre ruote per vendere piantine di basilico! Qui, dove tutto è noto, questo induce a torcere il muso e fa retrocedere di un passo i tanti avanti che di recente, dal Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone in poi, la Giustizia ha mosso con i risultati veri, a portata di vista e di coscienza, al punto da convincere alcuni imprenditori a denunciare, per mazzetta, la cosca più potente della Calabria.


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