Mimmo Gangemi


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Gazzetta



"Gazzetta del Sud" del 17.09.2002 pag.16

Nel primo imbrunire di una giornata di fine febbraio, in un tormentato lembo di terra calabra, Teresa appare «sola e peccatrice» e, pur con qualche timore, si fa guidare verso un boschetto dall'uomo del suo «possibile futuro». Giovane vedova, non resiste alla tentazione della carne e ora si arrende sotto un cielo violaceo. Il ritrovamento, a lunga distanza di tempo, di un corpo di donna reso irriconoscibile dalla violenza dei colpi subiti, («uno straccio vecchio o una carcassa d'animale») fa pensare a quello di Teresa. Da qui le indagini e i primi sospetti su Giannino, un ex maestro elementare, malato di mente e proprietario del terreno in cui è avvenuta la macabra scoperta.
Parente della famiglia mafiosa dei Rosato («da cui non si usciva se non a piedi in avanti»), la donna assassinata e un'esca per un ventaglio di ipotesi. Ad affrontare 1'ingarbugliato caso entra in scena 1'avvocato Gino De Rupe, quarantacinquenne senza famiglia, un po' egoista, ancora piacente, «alto e armonioso», legato alle sue ormai radicate abitudini quotidiane, curioso delle donne e con la passione per la campagna. Il ritratto essenziale del professionista e il paradigma dell'attenzione calibrata con cui Domenico Gangemi, autore di tre buoni romanzi («Un anno d'Aspromonte», '95; «Quell'acre odore di aglio», '98; «Pietre nel levante», 2001); «Il passo del cordaio», un racconto tenuto sempre nel giusto equilibrio tra lapidarietà di fatti e un insinuante gusto della descrizione di ambiente. Un mixer che consente al plot di prendere un andamento rassicurante, assestato lungo una scansione di tipo tradizionale, fertile di dosati fermenti, di riscontri concreti e di opportuni collegamenti delle psicologie con un esterno mai schematico, bensì cosparso di ombreggiature e di qualche aspro contrasto.
Risponde a un'idea di decoro narrativo, di volontà di aderire alla forza trascinante delle vicende, questa pagina lineare e inquieta, orientata da buoni supporti letterari, da canoni consolidati, zelante nel cercare ogni possibile risvolto morale e critico e, insieme, pure una piccola vena di elegante e possibile accordo con i reconditi recessi del privato. Un'atmosfera un po' sfatta e trasognata (l'aria di giugno contesa dal profumo di zagare; il cielo di un azzurro intenso appena ripassato di vernici; barche con lampare che si fanno pensare case sparse per i campi; il mare intristito dal color cupo del cielo) si e posa su una serie di fotogrammi impressi di realtà locale; le strade contorte, le case perennemente incompiute; lo scorrere polveroso della vita; i commenti al Circolo, e i sussurri e le voci che, tendendo alle soluzioni più facili, indicano un colpevole.
Intanto, avvengono misteriose morti alitando «qualcosa di losco». Ma il «vago chiarore di un barlume» avvia De Rupe verso una coraggiosa indagine che vede via via emergere, sullo sfondo della costruzione sulla costa di un villaggio turistico, una rete di malcostume. Dal torbido gioco di intrecci tra potere politico e 'ndrangheta emergono figure equivoche invischiate in percorsi tortuosi su cui gravano «orizzonti tristi». Dai potenti del luogo a Donna Sara, «la Sindaca», si snoda l'osservazione minuziosa e ammiccante di Gangemi intento a offrire un affresco cittadino che mette insieme il «piccolo mondo antico» del Circolo e i maneggi dell'imprenditoria mafiosa, superficiali gesti di indifferenza e un suicidio, il «miscuglio indecente» della vita sociale e il comando delle passioni, il «feroce accaldarsi dei sensi" e inquietanti coincidenze, verità a portata di mano e nuovi inganni.
Nostalgie di remoti tempi migliori che non sono stati trattenuti e subbugli del cuore e della mente, ore di disagio e rinnovate speranze si alternano con celeri sottolineature di comportamenti effimeri ma destinati a ritagliarsi un loro spazio in una storia così trascinata dalla tensione di mutare di continuo il punto focale. Inesauribile creatore di nitidi ritratti femminili (Mariella, la seducente apprendista procuratore; Marta, conturbante giornalista; la bella e disinibita Elena; la governante Assunta, con la solita faccia inespressiva e la mentalità all'antica), Gangemi tiene sempre nel mirino l'avvocato De Rupe, cementato nella solitudine, sospinto dall'orgoglio di non mostrarsi sconfitto, colto a volte in un momento d'impaccio, nell'attesa di qualcosa o in un istante di «rabbia rassegnata e feroce». La sua finale confessione al giudice (un'ondata di fatti veri e di «misere" scoperte, ma non dei pensieri, dei tanti rivoli in cui si disperde la vita) diviene l'«esatto inizio di una nuova esistenza difficile da immaginare». Dopo il terremoto causato dagli arresti, torna un po' di tregua: la città muta con l'arrivo dell'estate e anche Gino, dopo un periodo di assenza, torna «per il dover mostrare una faccia su cui ingegnarsi a mascherare il log rio degli eventi». Tutto rientra nell'ordine, gli incriminati rimessi in libertà, il villaggio turistico restituito e Gino lì a spiare la vita dagli spiragli delle persiane. E la vita gli presenta il conto.

"Giuseppe Amoroso"

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