Mimmo Gangemi


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Brano 4 Pietre




Brano tratto da “Pietre nel levante” di Domenico Gangemi
Cap. 4 pag. 50 e segg.

Con la corriera del mattino arrivavano anche altri venditori. Due, tre volte a settimana compariva quella dello zibibbo. Lei saliva Rosuzza a Bagnara e scendeva ’onna Rosuzza al paese, per l’esagerato rispetto di cui hanno sempre goduto da noi i forestieri. Vestiva gonne ampie, lunghe da strascicare a terra, coloratissime e dai mille piegoni. Nelle parole viveva il dubbio della sua gente, combattuta tra mare e terra, tra essere marinai da pesce spada o contadini di strettissime terrazze a picco sul mare e destre di sole, ricavate dall’ingegno e dal bisogno in strapiombi di montagna dove a stento passava una capra.
Girando per il paese, rendeva più deprimenti gli abiti delle nostre donne, tutti rigorosamente neri, per la morte di un genitore, di un figlio, persino di un cugino, se buono a giustificare un colore costoso da sostituire e a cui si era ormai abituati.
Teneva in perfetto bilico sulla testa una grossa e rotonda cesta di vimini stracolma di zibibbo. ”Com ’e bellu ruci u zibibbu”, cosi canticchiando si annunciava percorrendo i vicoli. Ma stava bene accorta a tacitarsi nel passare davanti alle case con fresche tragedie, e davanti alla bottega dentro cui Sara scontava su chi le arrivava a portata di lingua e sulla carne – abbattendo pesanti i colpi di mannaia – la rabbia per l’abbandono subito dal promesso sposo.
Era sorridente e sempre amichevole, ’onna Rosuzza. Non ci lesinava mai qualche chicco del suo zibibbo. Non avevamo bisogno di chiedere, bastava che spostassimo gli occhi dal suo sorriso alla cesta, ben ferma nonostante un incedere ciondolante che le sbatteva la gonna. Lei allungava la mano e ”acchiappa qua, picciriju” diceva nel porgerci di quei frutti dorati dal caldo sole della costa.
Per quei suoi modi e per la garbata familiarità con cui si rivolgeva a tutti chiamandoli per nome, ’onna Rosuzza si era fatta benvolere in paese. Credo che un po’ si sentisse paesana lei stessa.
Non altrettanto benvoluta era ”a Bagnarota”, un donnone che veniva più di rado, a vendere lupini. Tra lei e ’onna Rosuzza non doveva correre buon sangue, perchè neppure scendevano dalla stessa portiera, poi prendevano direzioni diverse e, quando si imbattevano nei vicoli, si sfioravano senza vedersi.
Vestivano uguali abiti ampi e sgargianti, tenevano un’uguale cesta sul capo con uguale perizia e usavano uguali cerimonie per invogliare all’acquisto. Diverso però era l’occhio che la gente poggiava su loro, che a Bagnarota sempre restò una estranea di cui diffidare, una che solo commerciava in giro con la sua bottega.
Un giorno che eravamo intenti a impregnare di vischio i fili da parare al campo sportivo per catturare i passeri, la vedemmo prima passare senza scorgerci nell’angolo dove stavamo rintanati e quindi piantarsi d’improvviso, nel mezzo della viuzza deserta, a gambe larghe e con la cesta ben ferma sul capo. Si trattenne immobile e con gli occhi socchiusi. Faceva un bisognino, così, in piedi. Che poi tanto ”ino” non era, visto che a rivelarcelo fu uno sciacquettio che non ci parve da meno di quello del canale grosso delle Fontanine. Il liquido schiumò fumando e si fece rivolo nel prendere la discesa.
”Non ha le mutande” prese atto Toto.
”Piscia come una mula stanca” valutò Peppe.
”Si rinfresca i piedi” completò Giglio indicandoci i suoi piedi scalzi, neri e induriti.
Non che ci avesse fatto particolare impressione. Ce n’erano tanti di ragazzini che portavano la spacca nel cavallo dei pantaloni, e niente mutande, per facilitarne i bisogni. Non c’era pomeriggio che Ginuzzu – era di qualche anno più piccolo di noi e non c’era verso di convincerlo a non venirci appresso – non ce la facesse davanti, per giunta di quella grossa, incurvandosi appena e spremendosi forte per vincere iI tappo dei noccioli di olive ingoiati a pranzo. Una volta gliele avevamo pure suonate di brutto, perchè l’aveva parata giusto nel cerchio tracciato come traguardo per le trottole.
Qualcosa, comunque, ci attrasse verso di lei, invogliandoci a seguirla, nonostante fosse brutta, sporca e vecchia. Fummo spesso premiati dalla stessa scena. E rincasavamo appagati, per una intima soddisfazione a cui nessuno di noi riusciva a dare corpo.
”Ne volete bere? E’ bella saporita” ci fece lei il giorno in cui si accorse che la spiavamo. Non ci parve adirata, anche perché rise forte, si sollevò un po’ la gonna per scrollare il piede bagnato e si avviò inneggiando a cantilena sulla bontà del suo lupino.
Da allora desistemmo dall’andarle dietro. Qualche tempo dopo dovemmo tuttavia rifarlo, perchè Toto giurò e giurò – a definitiva conferma accettò persino di mescolare per terra il suo sputo ai nostri – di averla vista, dalla sua finestra, adagiare nel vicolo deserto la cesta al suolo, porla tra le gambe, sotto la lunga veste, e liberarsi così, mentre curava piccoli spostamenti per impregnare tutto il lupino.
Siccome Toto meritava fiducia, lo raccontammo nella rruga.
”Lo bagna per farlo prendere di sale, così piglia gusto, diventa più saporito” forse scherzò Annina.
Facile che tutti usassero così, pensammo. E che lo mettessero a mollo nell’acqua di mare doveva essere una storiella per gente con lo stomaco delicato.
”E’ una pisciata di Bagnarota ...” ci aggiunse Gianna, rafforzando l’apprezzamento con un roteare di mano. Forse neppure lei scherzò.
Fatto sta che le sue vendite non sembrarono subire cali, nonostante l’episodio lo avessimo raccontato a chiunque in giro. Ognuno continuò a gradirlo e a mangiarlo come prima, persino noi, che tanto ce lo schizzavamo in bocca premendolo e la buccia ci restava tra le dita. E una volta che Mimmo fece per sciacquarlo alla fontana della piazzetta, dovette sorbirsi il rimprovero di Annina, che così perdeva tutto il sapore.
Ad attendere la corriera c’era spesso mastr’Andria. Si gustava incuriosito gli arrivi. A lui ’onna Rosuzza porgeva sempre un piccolo grappolo di zibibbo.
Fu lì che ci accorgemmo trattarsi di uno di noi, solo più cresciuto. Pulsava ancora l’animo di un bambino dietro il suo volto da uomo, scavato da far risaltare gli zigomi e da allampanare gli occhi, con la barbetta incolta e le prime rughe, secche, diritte e ravvicinate come le righe di un quaderno di terza.
Arrivava snodando lenti e meditati i passi. Il Corso e la sottostante piazza – entrambi in piano – li faceva pensare irte salite, per come li affrontava: sembrava costargli fatica l’incedere, sempre in leggero affanno e con pause qua e là che gli occorrevano per dare corpo ai pensieri, quando insisteva
occhi lontani e sognanti sulla strana forma assunta da una nuvola, sul volo delle rondinelle, sui colori di cui si tingeva il cielo all’orizzonte, su un fuoco tra le brughiere del colle che aggiungeva il suo fumo a caricare d’altra acqua le nubi nere in cielo.
Imparammo a parlarci. Gli chiedevamo le stesse cose che gli sentivamo chiedere dai grandi. ”Sarà giorno buono per la caccia domani?”. ”E’ tempo giusto per travasare il vino?”. ”Pioverà abbastanza acqua per i funghi?”. Rispondeva, a grandi e piccoli, con lo stesso sorriso e sempre con serietà, davvero convinto che ognuno gli riconoscesse la capacità di capire il tempo dalle tracce che il cielo rivelava solo a lui.
Rispondeva con garbo persino a Carmina, che rientrava dalla proprietà – come pretendeva la lenza d’orto che possedeva – allo stesso orario della corriera trascinando per la cavezza l’asina carica di legna per il focolare. Lo stuzzicava a ogni incontro, giocandogli allusiva di lingua o con veloci avvitamenti del busto che le sballottavano il petto prosperoso. E sempre gli sguaiava contro quel ”mastr’Andria,
posso andare per olive domani, pensate che il tempo reggerà?”, mentre continuava ad allontanarsi senza attendere risposta e accompagnando i passi con una stridula risata tirata lunga, a volte con sonori scorreggi che le mettevano in bocca un ”Madonna mia, che tuoni ... meglio che mi affretto, qua si scatena un’alluvione”.
Lui, mastr’Andria, non si scomponeva e, con quella già lontana, si calava nella parte e faceva le mosse che l’arte gli dettava: scrutava il cielo, annusava l’aria, controllava la direzione della bandierina dell’orologio, quindi ”potete, potete”, oppure ”vi conviene portarvi la cerata” rispondeva a voce alta ormai a nessuno.

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