Mimmo Gangemi


Vai ai contenuti

Brano 4 Passo




Brano tratto da “Il passo del cordaio” di Domenico Gangemi
Cap.10 pag. 111 e segg.

Ogni volta, appena alla curva dei castagni, al Cavaliere Spino gli si allargava il cuore, per il perentorio spalancarsi alla luce che interrompeva di netto le strade prima incupite da due colonne di ulivi, alte, monotone e grigie.
Siccome in quel mattino di metà marzo il tempo era bello, il colpo d’occhio lontano e la convocazione dal magistrato per le dieci, decise di fermarsi a gustare di quell’angolo di mondo capace di aggiustargli l’umore. Lo vedeva come l’esatto punto di confine tra il montuoso entroterra e la fascia costiera. Lì sembravano intrecciarsi e confondersi le brezze che increspavano il mare e le folate che si trascinava giù il levante. Entrambi i venti non osavano spingersi oltre, quasi ci fosse un tacito accordo, un’equa spartizione delle competenze. Scendendo, appena superata la curva, già il mare prevaleva sulla montagna.
Nello spiazzo, lato monte, ingombravano due nodosi castagni secolari. ancora nudi e con un fitto groviglio di rami che si spingevano alti a pungere il cielo. Sull’altro bordo, protesi verso la vallata giù, si stagliavano contro il mare in basso tre pini marittimi che, di mattina sottomessi all’ombra dei due giganti dirimpetto, si rifacevano col sole basso del tramonto.
Sentinelle di due mondi diversi. Cosi li vedeva il Cavaliere.
Sedette su una panchina, le spalle alla strada appena percorsa, gli occhi al mare giù. Coste brulle e pietrose degradavano di salto in salto fin dove cominciava l’azzurro. Verso sud, le due terre dirimpettaie si confondevano, celando, da non farle neppure immaginare, le strette acque in mezzo.
Sullo sfondo più lontano, l’Etna scalava il cielo e affidava all’aria quanto gli risaliva dalle visceri, una scia scura e serpeggiante che si disperdeva in lenta dissolvenza. Di fronte, le isole Eolie si impennavano sull’orizzonte, con lo Stromboli che si ergeva in isolata superbia. A nord, la Piana ingrigita dagli ulivi era qua e là interrotta dai paesi, macchie più chiare a ferire la natura.
Non si stancava mai, il Cavaliere, di ammirare un simile spettacolo. Come capita spesso a chi è nato e cresciuto in montagna, prediligeva il mare. Vi aveva pure spostato i suoi interessi. E i guai. Appena vi poso lo sguardo, essi gli tornarono in mente.
La discussione con Alfonso Rosato lo aveva ferito profondamente, mai aveva subito minacce così dirette. E si era voltato indietro, a ripercorrere la vita, a trarne un bilancio. Nel farlo, gli si era spalancata la vecchiaia. E aveva paura. Non di quanto poteva succedere a lui stesso, ma per gli innocenti che gli giravano per casa. Per primo il suo nipotino più piccolo, figlio della sua ultima figlia, quella generata al limite del tempo, perché fosse argine alla vecchiaia, un impiccio giovane su cui rallentare gli anni. Era una benedizione del cielo, il piccolo. Pochi giorni prima lo aveva sorpreso davanti all’armadio blindato dimenticato aperto. Alla vista del busto, si era tirato indietro impaurito.
Poi però, riconoscendone la figura, ”il nonno” aveva mormorato, per subito sporgere la bocca fino a baciare il bronzo. Al Cavaliere gli si era stretto il cuore. Si era poi rivelato cingendoselo forte in un abbraccio. Quando gli aveva fatto promettere che non lo avrebbe rivelato a nessuno, il bimbo si era mostrato felice di poter spartire un segreto col nonno. Ora non poteva permettere che gli succedesse qualcosa. Il che lo faceva sentire già sconfitto.
Temeva pure che potessero spuntare vergogne capaci di appannare tutta la sua vita, di lasciare un ricordo nebuloso, su cui torcere il muso. Pensò che lo avevano incastrato. A maggior ragione ora che gli pareva di aver intuito la direzione della verità. Che era peggiore di quanto avesse fino allora sospettato. Dall’ultimo incontro, da Alfonso gli erano giunte solo ambasce di pace. Il che era preoccupante, che certuni le parole di distensione le dispensano a bocca piena solo per non allarmare, per non far sospettare che invece stanno tramando il delitto. Gli faceva sapere che lo tirava fuori, che quanto prima lo avrebbe convocato dal notaio perché cedesse il suo cinque percento della società e per sostituirlo con un nuovo amministratore.
Su questo rifletteva il Cavaliere in attesa che si facessero le dieci. Per quell’ora era stato convocato dal magistrato. Con l’avvocato. Il che non prometteva nulla di buono. L’argomento, il villaggio turistico.
Aveva pero preferito non farlo sapere ad Alfonso. Per orgoglio. Male che andava, se lo avesse appurato, poteva sempre giustificarsene con la scusa che non ne conosceva i motivi.
Appena dentro la stanza, se ne allarmò. Il magistrato era lo stesso che seguiva le indagini sulla morte di Teresa. Un ragazzone dai modi burberi, uno che sembrava avere conti in sospeso con tutti. Sperò fosse solo un caso che gli appartenessero entrambe le indagini. Ma non ci contava molto.
Nel parlare, aveva poi mostrato l’eta, accentuando il fare dimesso. Ogni tanto tossiva profondo di gola, strofinandosi una mano sul petto a lenirne il bruciore, tirava grandi respiri, increspava il viso in smorfie appena percettibili. Senza strafare, come chi fa di tutto per nascondere la sofferenza e non ci riesce appieno.
Il giudice non sembrò impressionarsene.

Home | Biografia | Opere | Premi | Racconti brevi | I miei articoli | Articoli di altri | Contatti | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu