Mimmo Gangemi


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Brano 3 Pietre




Brano tratto da “Pietre nel levante” di Domenico Gangemi
Cap. 3 pag. 38 e segg.

La rruga era lunga poco più di trenta metri. La separava dal Corso una fila di costruzioni con affacci su entrambi i lati. Era così angusta che del vento si prendeva quello che avanzava dopo l’impatto con le case più arieggiate e del sole doveva accontentarsi di spicchi, quando era alto in cielo. Della pioggia invece si colmava, perché tutta lì defluiva dalle strade di sopra, per poi incanalarsi a fare letto di fiume delle viuzze del Borgo.
Sembrava separare due mondi. Là iniziava l’Inferno, ne era il primo girone, quello più sopportabile, con le pene minori. A scendere, tutto si aggravava, vi viveva assiepata gente di sicuro condannata a questa vita per scontare i peccati di un’altra precedente. E non si era padroni, se non di braccia da offrire a giornata.
A pensarci adesso, però, non è che ci fosse tanta differenza con gli abitanti delle case con l’affaccio anche sul Corso. Neppure li c’erano signori, che certo non bastavano a farli tali poche terre possedute o il pagare sporadiche giornate quando non bastavano le braccia di famiglia. Tranne che in una, i cui abitanti facevano di tutto per non appartenere alla rruga. Si mostravano infatti soltanto dai balconi che affacciavano sulla piazzetta e le finestre sul vicolo le apriva unicamente la serva, quando c’era bisogno di un servigio di qualcuno.
La rruga traboccava di vita. In tutte le case si stipavano famiglie, meno che in quella delle Lirie, che se ne erano andate. La grande, già sposa, in Australia, le altre, con la madre vedova, a Milano, troppo piacenti e fini di menti per potersi accontentare dei modesti matrimoni che avrebbe loro portato la povertà.
Dalle due rattoppate porte della cantina dei miei nonni si sentivano scalpitare i muli. Non usciva fetore da lì allora, neppure nelle sere d’estate, quando ci si sedeva, piccoli e grandi, a gustarsi la frescura che incanalava dalla traversa, o quando le donne si applicavano al Rosario e alla Litania ai Santi. E io stesso solo adesso lo penso fetore che si aggiungeva a quello degli orinali con i bisogni della notte che ancora qualcuno svuotava nella via. In quel tempo era un odore come tanti, ne più ne meno che il lezzo dei mosti in ottobre o quello della morga dei frantoi lunga tutto l’inverno.
Nei tardi pomeriggi Rosario risaliva la rruga prendendola dal lato della casa di Peppe, dove c’erano lenti gradini dalle larghe pedate, e la percorreva per tutta la lunghezza. Se l’asina era carica, la guidava da terra, spronandola con colpi del nodo su cui terminavano le redini. I due cofani laterali li teneva sempre coperti con foglie o con felci, vuoti o pieni che fossero, per garantirsi dall’occhio malevolo, o dalla commiserazione, che era peggio. Si capiva però quando trasportavano miseria, perchè a ogni passo sballottavano su e giù più del giusto e perchè in quei casi al carico si aggiungeva lui stesso, di traverso sul basto e con le lunghe gambe sporte distanti dai fianchi dell’animale, forse convinto di sgravarlo cosi di peso. Ogni tanto affondava un colpo di tacco nella pancia della bestia, che impennava un attimo e ripartiva con andatura più spedita.
All’altezza della casa di Roro, l’asina spesso defecava, come per un preciso impegno da assolvere proprio lì. Le palle di merda facevano un tonfo secco sul selciato frantumando la gialla rotondità.
Puntualmente Gianna, donna energica e volitiva, si arrabbiava di brutto, non per il fatto in sè, che merda era, uguale a quella che già c’era sul selciato, quanto perchè le sembrava un disprezzo voluto da Rosario.
”E giusto qua?” gli inveiva contro.
”Qua gli stimola ... a voi lo vuole lasciare questo pensiero” rispondeva ogni volta quello, raggrinzendo le pieghe del volto in un sorrisetto buono a imbestialire Assunta e a far rabbrividire Sincursa, l’unica a cui non conveniva l’arrabbiarsi di sua sorella.
”Non potete fare come gli altri che prendono la strada di sotto?” ripartiva Gianna, mettendosi in armi, le braccia sui fianchi e il petto prosperoso gonfiato a mostrare rabbia.
”L’asina è vecchia ... da là non ce la fa” di rimando Rosario.
”Potete scendere voi ... siete forse offeso all’anca?” si inseriva un’altra, con quello che già aveva preso distanza.
”E si, ora gli manteniamo le comodità. Deve guadagnarsela la biada ... e mi porta” rifaceva Rosario, senza più voltarsi.
Sempre così a ogni rientro. Botte e risposte che avrò ascoltato decine di volte. Magari era qualcun altro a lamentarsi, ma il senso restava lo stesso, cacasse o meno l’animale. E in fondo era solo un gioco. Si erano assegnati delle parti e le recitavano, l’uno per proprio gusto, le altre per un apparire civili che occorreva all’amor proprio.

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