Mimmo Gangemi


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Brano 3 Passo




Brano tratto da “Il passo del cordaio” di Domenico Gangemi
Cap.7 pag. 86 e segg.

Mariella aveva agli occhi di Gino il merito o la colpa – non sapeva decidersi, dipendeva dal momento, da quanto gli pesassero gli anni, dalla solitudine che lo assaliva davanti alla casa vuota, dalla voglia che il suo nome non terminasse con lui, da altre sensazioni che neppure si ammetteva – di tenere lontana Elena e, con lei, i vaghi propositi di famiglia. Accortasi di una sospetta intimità, Elena infatti si era tirata indietro, era rientrata nell’ombra. Come in tante precedenti occasioni negli ultimi venti anni. Lo aveva persino ammesso, dentro un sorriso poco convincente. Gino, al solito, non aveva fatto nulla per negare, per trattenerla. E ragionava a volte che, se non fosse stata così remissiva, se avesse combattuto, le loro vite avrebbero avuto un altro corso. Dal canto suo, lui mai forzava gli eventi, si lasciava condurre. Nel frangente, si era limitato a prendere atto del ritrarsi di Elena e insisteva in quel contorto cercarsi e respingersi con l’altra. Fino allora, Mariella, l’aveva impiegata solo nelle cause civili, a fare per lo più ressa attorno allo scanno del giudice. Lì, parole poche. Le uniche incombenze, esibizione di documenti, richiesta di consulenze d’ufficio, il programmare date e rinvii.
Quella mattina dibatteva il suo primo, vero processo, da doverci parlare. Non una vera arringa, ma ragguagli tecnici che scagionassero un Sindaco da presunti abusi urbanistici.
Si erano mossi assieme dallo studio. A Gino era parsa un po’ tesa. In compenso, si era agghindata esattamente come lui le avrebbe suggerito se lo avesse interpellato: la gonna stretta, con un piccolo spacco laterale e alta un palmo sopra il ginocchio – poteva permetterselo, ne restava ancora tanta di coscia da lì in sopra – un maglioncino aderente da risaltare le forme, la massa dei capelli neri cadente a ciocche sulle spalle, le labbra rosse quanto bastava. Una roba... accendeva pensieri da scottarsi la mente. Un’arma perfetta anche per il giudice, più convincente di qualsiasi lingua.
Appena dentro l’aula, Mariella perse un altro po’ di coraggio. Si mostrava ora tremula, incerta. Gino le strizzo l’occhio. Si fosse trattato di un uomo l’avrebbe incoraggiata con una pacca sul culo. Uomo però non era, per quanto la pacca in culo l’avrebbe mollata più volentieri a lei.
”Tu non stare qui”, chiese.
Gli parve indifesa. Se la sarebbe abbracciata. E la capiva, con lui presente non avrebbe dato il meglio, troppo le importava di non sfigurare ai suoi occhi. Acconsentì a lasciarla sola.
Si rividero poi nel tardo pomeriggio. La trovò intenta a cambiare la lampadina nell’ufficio buono.
Tentava di svitarla, ma ci arrivava appena, nonostante fosse sul ripiano della scrivania, piedi nudi e sollevati sulle punte, le braccia tese in alto. Indossava la gonna corta di quella stessa mattina. Così in alto e stirata in su, concedeva parecchia carne al di sopra della fascia nera delle calze autoreggenti. Uno spettacolo.
Non si era accorta di lui. A meno che non facesse finta. Ne era capace, usava certe malizie... Si fosse trattato di un’altra, e non della ragazza pulita che conosceva, Gino se ne sarebbe fatto cattivi pensieri.
Tendeva invece a credere che simili atteggiamenti li riservasse unicamente per lui, che ne facesse un’arma per vincerne le difese, per ingabbiarlo nel suo stesso sentimento.
Restò inchiodato a gustarsela. Si svelò poi con un colpo di tosse.
Mariella si girò e lo vide. Non si scompose però. Tiro giù le braccia e gli piantò addosso un sorriso sfrontato. Restò là sopra, a gambe larghe, con la luce della lampada da tavolo che la penetrava da sotto.
”Cosa stai combinando?” chiese Gino, per dire qualcosa. Gli parve che la voce fosse uscita roca.
”Non lo vedi?” fece di rimando lei, liberando ora forte quella sua risata. Continuò a ridacchiare mentre si stirava di nuovo nel tentativo di svitarla.
Ancora spettacolo.
”Vuoi farlo tu?” chiese Mariella così protesa in alto.
”Mi credi così stupido? Io mi metto qua, in prima fila”. Sta volta la voce, che avrebbe voluto scherzosa, gli era uscita roca, ne era certo. Si sedette sulla poltrona davanti alla scrivania. Da lì avrebbe dovuto pagare prezzo doppio di biglietto.
”Non guardare” ammonì lei, perfida. Dal tono si capiva invece il contrario, che voleva essere guardata.
”Sarebbe come tapparsi gli occhi al cinema”.
”Almeno aiutami, non ci arrivo”. In un soffio caldo.
Gino si alzò e si portò sotto di lei. Si guardarono per lunghi attimi. Si dissero tutto cosi.
Allungò le mani e le poggiò appena sopra le sue ginocchia. Da lì cominciò ad avanzare, sempre più su, lentamente, oltrepassò il bordo scuro delle calze, avverti la carne, si insinuò ancora.
Lei fu percorsa da un fremito e liberò un lungo fiato rovente. Ripiegò la testa a guardarlo, gli passò una carezza sulla testa. Si muoveva ora, un ritmo accennato, che assecondava le mani. Quando sentì le dita affannò, liberò gemiti, sbuffò, roteò di testa, cominciò a contorcersi tutta, a strofinarsi il petto, sembrò cedere di gambe.
Un rumore dall’altra stanza, c’era Ernesto.
Si guardarono allarmati. Gino la sollevò e l’adagiò a terra. Mariella gli si avvinghiò addosso e gli offrì le labbra. Un bacio lungo e intenso. Fu lei a staccarsene. Corse via per ricomporsi. Dopo un po’ entrò Ernesto. Si consultava con Gino su una pratica. Ma lui era altrove, assentiva senza badarci. Si diceva che era in tempo per ritrarsi. Non se ne convinceva. Era andato troppo avanti. Come un salto nel vuoto, appena spiccato è già tardi per fermarsi, e si può solo finirlo.
Rientrando, Mariella si sedette sulla poltrona in fondo alla stanza. Veniva a Gino di fronte. Irrequieta, non riusciva a stare ferma. Il poco tempo trascorso fuori non le era bastato, era ancora eccitata, impaziente, calda di un caldo senza ritorno. Ondeggiava di busto, stringeva forte le gambe, le accavallava, le scioglieva, le accavallava di nuovo, ne sollevava una da terra tirandola su per il ginocchio, si passava una mano sul seno.
Ernesto, pur di spalle, dovette accorgersi di qualcosa, perché accelerò l’andar via, salutando per un rientro a casa.
Appena soli, ”e allora?” fece sfrontata, le gambe di traverso sulla poltrona, la gonna che ormai non le copriva nulla.
”Perché non riprovi con la lampadina?” gli uscì.
Lei rise, si tolse le scarpe, si trattenne per un po’ a fissarlo mentre si mostrava, fino in fondo, tenendo un piede sulla sedia e l’altro a terra, risalì sul ripiano, gambe larghe, mani sui fianchi, la gonna in su, il bordo nero, la carne nuda, le mani di Gino a rovistarla ovunque, i gemiti, i fiati, l’affanno, il contorcersi su quelle dita.
La prese così, scivolandosela addosso.
Dopo, le scorse vergogna, negli occhi timidi che non cercavano i suoi. ”Ti sarò sembrata una puttana”, piagnucolò.
Gino dovette consolarla. Parole tenere che non usava da anni. Pure ombre però, per esserci caduto, per la sensazione di una svolta importante, pericolosa, forse definitiva.

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