Mimmo Gangemi


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Brano 3 Anno




Brano tratto da “Un anno d'Aspromonte” di Domenico Gangemi
Cap. 19 pag. 160 e segg.

Ntoni era allarmato per la strana assenza di Cola. In quei tre giorni era andato più volte a cercarlo, con Peppe. Dovevano concretizzare il piano, e fare le telefonate, le ultime, quelle della stretta finale che avrebbe portato i soldi.
Cata, la madre, non era parsa preoccupata più di tanto, abituata com’era alle improvvise assenze del figlio.
Peppe invece ne era perplesso e aveva brutti presentimenti. Sapeva dell’ultimo incontro alla masseria.
Glielo aveva confidato Cola, la sera stessa. Gli era parso in apprensione e stranamente reticente. E temeva che la scoperta fatta pochi giorni prima potesse essere la causa della scomparsa. Ma si guardava bene dal confidare quel pesante segreto. Non riusciva comunque a nascondere la sua ansia a Ntoni, il quale, ignaro, la attribuiva alla codardia di cui lo aveva bollato.
Il terzo giorno dalla sconosciuta morte di Cola, Peppe decise di tenersi lontano dal paese, temendo ormai per la propria vita. Inventò una scusa ai familiari e si recò a trovare un cugino che studiava all’università a Messina. E vi si trattenne suo ospite.
Ntoni continuava a vivacchiare in paese, oziando nei bar della piazza, con occasionali amici della stessa risma, in interminabili bevute a ruota attorno al bancone.
Anche lì si costruivano e consolidavano le reputazioni, tracannando birra rigorosamente dalla bottiglia, dopo aver tutti assieme brindato battendone il muso al centro del giro, e conversando di
cristiani, sbirri, uomini d’onore, trascuranza, in un gergo immutabile da secoli, tra risolini di scherno e pose da duri.
Nel tardo pomeriggio, mentre si avviava verso casa, solo e pieno di birra da scoppiare, lo avvicinarono i figli di Santo Lafaci, due giovani che conosceva e con i quali a volte si intratteneva. Lo pregarono con giusti modi ad andare con loro, perché il padre lo voleva vedere.
”Non c’è niente da temere” si disse, per fugare l’iniziale apprensione. ”Non mi avrebbero chiamato in piazza, sotto gli occhi di tutti”.
E vi si era diretto con la macchina, quella che aveva comprato con i proventi dell’erba dell’anno prima.
Su richiesta dei due, era poi salito sulla loro, lasciando la sua alla periferia del paese.
I silos dei Lafaci erano vicino al fiume e distavano un paio di chilometri dall’abitato. Lì c’era l’azienda, con un grosso capannone per i mezzi e l’ufficio. Il grande spiazzo sul retro era il deposito degli inerti della cava, con grandi montagne di ghiaia, pietrisco e sabbia, opportunamente separati. Più dietro c’erano i silos del cemento, grandi strutture metalliche alte dieci metri. Da essi era iniziata l’attività dei due fratelli. Erano sempre pieni di cemento, anche quando era difficile reperirlo, come negli anni ’70, in piena crisi. Loro, al tempo, mandavano i grossi camion al cementificio a Vibo Marina e, superando le immense file in attesa del tumo, caricavano per primi. E, gia
ndranghitisti affermati e conosciuti, non suscitavano proteste, non palesi almeno. Da allora era anche iniziata la loro ascesa come impresa di costruzione. Ai silos, che avevano dato il nome alla proprietà, avevano aggiunto la cava, poi il capannone e infine le grandi betoniere. Con queste fornivano di calcestruzzo l’intera zona, senza avere concorrenza alcuna, perché tutti si erano ben guardati dall’avviare un’impresa analoga.
Ntoni si era un po’ allarmato alla strana richiesta del cambio della macchina. Ma non aveva obiettato.
Giunti al capannone, trovò conferma ai suoi timori e si pentì d’aver accettato l’incontro: nell’ufficio, ad aspettarlo, con i due Lafaci c’era anche don Rosario. Questi era seduto dietro la scrivania, e sembrava dominare la stanza, anche se appariva un po’ goffo nella pretenziosa poltrona presidenziale.
Ntoni farfugliò qualche parola di saluto e si sedette dove gli fu indicato. Impacciato e timoroso, stava sulla punta della sedia.
Don Rosario lo guardava fisso e con volto serio. E lui sentiva crescere l’insicurezza.
I figli di Santo, svolto il loro compito, si erano ritirati.
”Mi dicono che giocate a fare gli uomini” attaccò senza preamboli Santo. ”Ti diverti con la benzina, eh? Ti piace il fuoco, vero, Ntoni? Uno si alza una mattina... e comincia a fare stronzate, così... senza pensare a niente. Decide di testa sua e non guarda in faccia nessuno... Così fanno i
cristiani?... E quando sei diventato questo cristianone?” Il tono era stato duro e tagliente. Vi trasparivano serie
minacce e l’intenzione di passare alla violenza alla minima scusa.
Ntoni era tutto in subbuglio, ed era sbiancato in viso. Non avrebbe dovuto essere là, si rimproverava, dandosi dello stupido. E avrebbero dovuto stare sempre assieme, lui e gli altri, per essere gruppo pronto a difendersi e a ribattere colpo su colpo, come predicava Cola, che però era stato il primo a scomparire.
Poi, improvvisa, l’idea che egli l’avesse già avuta la sua lezione, o peggio, e che perciò si era tolto dalla circolazione ”senza neanche avvertirci, quel bastardo”.
Aveva il cuore in tumulto e la bocca amara come il veleno, e un sudore freddo gli scorreva sulla nuca.
Teneva le mani avvinghiate ai braccioli della sedia, con tanta forza da far imbianchire le nocche. In un timido tentativo di salvare l’orgoglio, aveva cercato di inserirsi in quel discorso, tentando una blanda protesta.
Ma Santo glielo impedì. ”Stai zitto, quando parlano gli uomini” gli intimò furibondo, disturbato da quell’uomo da niente che già vedeva in preda al panico. Poi gli inveì contro parole rabbiose, sulla mancanza di rispetto, sul comportamento da ragazzini a cui puzzava ancora la bocca di latte, su errori pericolosi che potevano costare cari e via dicendo.
All’incalzare di Santo, Ntoni si era fatto piccolo piccolo e quasi rintanato sulla sedia. E cominciò a temere per la propria vita. Tentava, inutilmente, di darsi un contegno, imponendosi di non abbassare gli occhi, che invece puntualmente trovava giù a rimirarsi le scarpe. E si scopriva quello che aveva temuto di essere, uno qualunque, un vigliacco senza stomaco. Tanto che, ben presto, la volontà di un
comportamento dignitoso cedette il passo al pensiero di una resa totale, che forse ancora poteva salvarlo.
Intanto la birra trangugiata gli aveva gonfiato la vescica. Doveva svuotarsi, ma non osava chiederlo: sarebbe stato visto come il segno inconfutabile della sua paura e avrebbe aggiunto umiliazione a umiliazione.
Fu don Rosario a interrompere l’aspro monologo di Santo, con un semplice gesto di mano.

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