Mimmo Gangemi


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Brano 2 Passo



Brano tratto da “Il passo del cordaio” di Domenico Gangemi
Cap.4 pag.47 e segg.

Sul fatto che Teresa fosse morta il giorno stesso della scomparsa, il Cavaliere Spino non aveva dubbi.
Era il tipo di donna nel cui destino poteva esserci scritta una fine violenta. Troppo irrequieta e troppo dentro una famiglia capace di qualsiasi rimedio. Il perché le fosse capitato aveva però preferito non chiederselo. E, siccome sapeva vivere, aveva pure scelto di non chiederlo ad Alfonso, nonostante l’accaduto spostasse molte cose e gli appannasse le certezze.
Ora che se ne era trovato il corpo, la confusione gli era aumentata e le domande taciute gli martellavano in testa esigendo spiegazioni.
A voler indicare un colpevole, avrebbe puntato l’indice sulla stessa famiglia. Non era però disposto a credere a quanto si vociferava in giro, che si trattasse cioè di un fatto d’onore, del volersi disfare di una vergogna. Antichi ormai quei tempi, di sicuro antichi per Alfonso Rosato, a cui spettava di decidere per tutti. Erano troppo dentro gli interessi e i soldi per badare a una qualunque storia di corna.
Ci doveva essere sotto qualcos’altro. Roba grossa. Perché Teresa serviva viva – questo nessuno poteva saperlo meglio di lui – o almeno che la si pensasse tale. Invece era morta. E, quel che era peggio, se ne era trovato il corpo, il che complicava tutto.
L’unica era sperare che fosse stato davvero quel Giannino, il delitto di un pazzo. Altrimenti erano guai.
Ma non riusciva a convincersene. Qualcosa gli suggeriva che sotto c’era altro, che a manovrare i fili ci fosse il solito Alfonso e che nel teatrino a lui avesse assegnato la parte più pericolosa.
Decise che era sacrosanto chiederne ragione: dentro quella storia il suo nome era più in prima linea degli altri. E, quel nome, non voleva sporcarlo giusto ora che si consumava gli ultimi sgoccioli, ora che era tempo di raccogliere soddisfazioni dopo una vita di duro lavoro e di sacrifici.
Ripensava spesso in quei giorni ai suoi faticosi ricordi, a quanto gli era costato arrivare a quel punto.
Era partito da nove piedi d’ulivo sulla costa, vicino al paese. Eredità di suo nonno a sua madre, a sua volta ereditati. Bastavano a mala pena per la comodità dell’olio in cucina e nella lampa della Madonna di Polsi, a cui, per devozione e per imprecisate grazie ricevute, sua madre mai lo avrebbe fatto mancare, a costo di mangiare scipito.
Ci era cresciuto in quella piccola proprietà. Ve lo avevano portato dentro la naca, vi aveva mosso i primi passi. Sua madre se lo trascinava per mano lungo i confini, con un incedere che snodava lento forse per illudersi di proprietà. E sempre gli indicava i piccoli pezzi intorno, che appartenevano ad altri.
”Quando sei grande questo te lo compri, sono emigrati in America, ormai non tornano più. Poi vieti il passaggio a compare Andrea, lo vedi, deve passare per forza di qua. Cosi lo costringi a vendere e tu allarghi... Questi altri non hanno fatto figli, ai nipoti cosa vuoi che importi, quelli hanno un impiego. Tu fai valere il diritto di confinante, venderanno per una mangiata di peperoni. Poi...”. E cosi all’infinito, a disegnare confini che non oltrepassavano la collina attorno, meno di un ettaro che però a lei doveva sembrare un latifondo, orizzonti su cui sbizzarrire i sogni grandi di un mondo ristretto e immutabile.
Non aveva dubbi, il Cavaliere, che fossero derivati da quel continuo martellare il suo senso degli affari e la smania di progredire.
”Ccattattilla” – compratela – chiamavano in casa sua madre così protesa a un futuro da padroni, nonostante ogni giorno avesse il problema di come sfamare tante bocche.
Lo avesse visto ora sua madre. Altro che quei pezzi di terra sulla costa. Possedeva tutto lì intorno, a perdita d’occhio, fin dove gli alberi sbiadivano in un tenue grigio, ettari ed ettari di uliveti. Perché sulla terra aveva investito quanto rendeva l’impresa di costruzioni. Sulla terra là in paese, dove avevano visto gli stenti della famiglia, la manica luccicante del muco verdastro che sempre gli colava dal naso, il colorito più cereo di una candela, i sacrifici per farlo arrivare al diploma di geometra, il sudore e il sangue, e l’odio attorno, che avanzava con lo stesso passo del benessere.
Un solo errore lungo quegli anni, l’essere diventato troppo grosso in un tempo non bastevole a far dimenticare agli altri rimasti al palo l’uguale partenza. Forse avrebbe dovuto contenersi entro un livello più modesto e più accettabile. Forse così non si sarebbero accorti di lui, forse non avrebbe dovuto scendere a patti, compromettersi, penare, forse non avrebbe visto tante volte nella fine di una giornata la fine di tutto.
Ma no, in fondo ne era uscito senza troppi danni. A farne un onesto bilancio, non aveva granché di cui lamentarsi. Non si era lasciato sopraffare e aveva saputo vivere senza mostrare debolezza, che a mostrarla lo avrebbero ridotto in mutande. Era passato indenne attraverso i sequestri di persona e non aveva ceduto alle mazzette e alle estorsioni, seppure a costo di bombe, minacce, spari sulla porta di casa e pianti dentro, danni nelle proprietà. Finché avevano dovuto prendere atto che non si sarebbe piegato e accontentarsi di poche concessioni, guardianie nelle campagne, il lavoro a qualcuno che si ciondolava per tutto il giorno, piccoli servigi con l’impresa, contributi per pagarsi un avvocato.
Situazioni subite all’inizio, più tardi, ancora subite, ma almeno camuffate dai buoni rapporti intessuti nel frattempo con il vecchio Rosato che, morto nel letto di casa come ormai capitava di rado ai capibastone, aveva lasciato in eredità ai figli anche quella loro amicizia. E ora con Alfonso trattava, nel rispetto.
Da qualche anno aveva spostato molti suoi interessi verso la città e verso il mare. Ma non rinunciava a vivere in paese, nonostante si stesse spopolando, nonostante a sera dovesse accontentarsi di passeggiare con Restivo che ormai parlava solo della battaglia di Cirenaica e che stava facendo seccare il pino secolare all’ingresso lato monte a furia di pisciarci la sua incontinenza a ogni giro di boa. Lì voleva eccellere. Lì voleva far pesare la posizione raggiunta. Lì voleva vedere, se non il plauso, almeno l’invidia degenerare in ulcera. Non riusciva tuttavia a farsi ragione del rancore che coglieva attorno a se, non trovava giusto che, sul lavoro che dava, sui soldi che mensilmente entravano in famiglie altrimenti già emigrate da anni, prevalesse il malanimo.
Ormai aveva smesso di illudersi che alla sua morte potessero intitolargli una via. Seppure gli toccasse.
Nessuno in paese la meritava più di lui. Il giusto sarebbe stata la piazza vicino alla casa paterna, il minimo la strada di circonvallazione, ampia, nuova, che tagliava in due l’abitato. Si sarebbe però accontentato anche di molto meno, persino di un vicolo senza uscite.
Non che ci tenesse ad averla intitolata presto la via, c’era tempo per quello, e più ne passava meglio era. Quanti anni aveva in fondo, settantacinque, ma una salute ancora buona e la forza di uno giovane.
Niente vietava che arrivasse a novanta, come già suo padre e sua madre. Niente anzi vietava che arrivasse a cento, perché limitarsi, cento sarebbe stato il giusto, ne aveva fatti di progressi la medicina rispetto al tempo in cui vivevano i suoi. E poi a lui gli anni servivano più che agli altri, per le idee che aveva in testa, per i progetti ancora da realizzare. A fermarsi, ad ammettere la vecchiaia, correva il rischio di fermare la vita. Apposta faceva programmi lontani, e poi li attuava davvero, sempre proteso al futuro, come uno giovane, meglio di uno giovane, come uno con davanti gli anni bastevoli a veder realizzato qualsiasi sogno. Così buggerava la morte, mettendole un argine. Per i soldi non aveva problemi. Spendeva ora quelli messi da parte negli anni bui, quelli che gli avrebbero garantito il ritorno nell’eventualità di un sequestro di persona, che come si voleva bene lui stesso non lo voleva bene nessuno, neppure i figli. Li spendeva anche per propria soddisfazione, in attività magari non sempre redditizie, buone però a perpetuargli il nome, a conservarlo nel ricordo: la struttura per anziani già pronta in paese, l’agriturismo dentro le proprietà, il cronicario e quant’altro gli sarebbe venuto in mente, a fregare ancora e sempre la morte, con quel frapporle l’ostacolo di mille impegni.
Già, perpetuarsi il nome. E il sapere da vivo che appena morto gli avrebbero intitolato una di quelle sue creature, meglio di un qualsiasi vicolo, meglio della circonvallazione, meglio della stessa piazza. I figli. Loro ci avrebbero pensato. Per ogni buon conto, aveva comunque preferito purgarsi in salute, fornendo un supporto alla loro memoria. Con il busto. Di bronzo se l’era fatto fare, dal migliore scultore in circolazione, ore e ore a piangere lo spreco, se spreco era, mentre posava immobile e con la cervicale a chiamargli bestemmie. Mosca però. A dirlo lo avrebbero preso in giro per il resto della vita. L’aveva nascosto, nel posto dove trovarlo al tempo giusto, a fermo com’era del testamento – esso stesso testamento – dentro l’armadio blindato con le sue carte, quello di cui solo lui aveva la chiave.
Mah, pensieri inutili, e pericolosi, che la morte come quelli li voleva, già doveva essersi avvicinata di alcuni passi.
Ora rischiava di sporcarsi la reputazione con quella storia di Teresa. Il guaio era esserci entrato. Come fare però a rifiutarsi. Già tanto essere riuscito a sottrarsi alla comproprietà che gli chiedevano. Sarebbe stato da pazzi investire in un’azienda dove avrebbe contato come un due non di briscola. Ma l’impresa e il nome quelli non aveva potuto negarli, erano la contropartita per gli anni di protezione e di garanzia, ”di amicizia”, come sempre si riempiva la bocca Alfonso Rosato. Non vi aveva visto soverchi rischi, era credibile che uno con la sua smania degli affari si lanciasse nell’avventura di un complesso turistico, aveva fatto di peggio e di più rischioso. Erano gli altri che non sapevano stare al mondo.
Invece di godersi il benessere, di creare una strada rispettabile per i figli, ancora ordivano tresche, intrallazzavano, uccidevano, dovevano avercelo proprio nel sangue il richiamo al delitto.
E dire che tutto stava filando senza intoppi. Nemmeno ci rimetteva di suo, i Rosato erano puntuali nei pagamenti, seppure con soldi in contanti su cui altri piangevano. E con loro era già tanto poter uscire pari, patta e in pace. Ne aveva l’impegno di dover seguire il cantiere. Sulle prime vi si era recato due, tre volte a settimana, per non creare sospetti, che il poco interessamento avrebbe smascherato il trucco.
Poi più spesso, quasi tutti i giorni, per propria soddisfazione, ché era un piacere vederlo crescere quel villaggio a picco sul mare, stava venendo su proprio bene, ora che era agli ultimi ritocchi si rammaricava che non fosse davvero il suo.



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