Mimmo Gangemi


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Brano 2 Anno




Brano tratto da “Un anno d'Aspromonte” di Domenico Gangemi
Cap. 9 pag. 79 e segg.

Durante tutta la notte lo scirocco africano e i venti del Nord si erano contesi quella volta di cielo. Prima il vento caldo del Sud aveva respinto il levante, sospingendolo a viva forza dietro il monte con tutte le sue nuvole e accaldando l’aria. Nell’orgoglio della vittoria, era aumentato d’intensità, fino a scuotere prepotente gli alberi e facendo fischiare i muri. E aveva portato con sè la calda e rossa terra del deserto d’Africa. Poi, a notte avanzata, il levante, alle alte quote, aveva rilanciato la sfida con maggiore vigore.
Si erano attorcigliati, confusi, insinuati l’uno dentro l’altro. Finché al primo albeggiare sul campo era comparso un nuovo padrone, che spingeva avanti gonfie, nere e minacciose nubi a coprire il cielo.
Quando don Rosario si svegliò, di buon’ora come sempre, nel tepore del primo risveglio gli fu dolce compagna la pioggia che sbatteva sugli infissi. Gli era sempre piaciuto cincischiarsi nel letto al rumore della pioggia e del vento fischiettante. E poi, era ora che terminasse quell’afa opprimente e innaturale che gli disturbava le giornate e il sonno.
Lo aveva subito riconosciuto il levante. Non aveva bisogno, lui, vecchio cacciatore, di andare a controllare se la bandiera dell’orologio fosse rivolta verso la piana di Gioia Tauro. Sapeva ben riconoscere una levantina dalle folate secche e improvvise, rincorrentesi l’un l’altra a brevi intervalli di tempo e che scuotevano le finestre della sua camera da letto.
Assunta, la vecchia, devota e silenziosa moglie, era già in piedi da un pezzo. Di lì a poco, come ogni mattina, avrebbe spiato se si era svegliato, aprendo lentamente uno spiraglio di porta. E gli avrebbe portato il caffè a letto, ma anche il posacenere, ben sapendo che proprio la sigaretta sarebbe stata il suo secondo pensiero.
Erano invecchiati assieme, si erano addolciti assieme.
Ognuno dei due aveva ben presto compreso il proprio ruolo e vi si era gradatamente adattato, fin a farlo diventare un fatto na- turale. Lui era l’uomo che decideva e al quale non bisognava chiedere. A lei era lecito solo il muto interrogare degli occhi, speranzosa di risposte, che il più delle volte non arrivavano.
Ed era la padrona della casa, con tutti gli obblighi, i doveri e le soddisfazioni a essa connessi. Ma restava fuori da quel mondo del suo uomo, fatto di leggi di uomini create per una terra cruda e aspra come la loro. Non restava però fuori dalle ansie e preoccupazioni che leggeva nei suoi occhi. Vi partecipava muta ma presente, nell’intimità delle notti. Ed egli sapeva che lei era lì, con lui, qualunque
fosse il problema.
Non le era pesato tutto ciò, era nell’ordine naturale delle cose, era stato così pure a casa di suo padre. E poi sapeva che il tenerla fuori era anche un modo per proteggerla. Perché per lunghi anni lì lui aveva regnato su sudditi irrequieti, era stato la legge non scritta, ma viva e presente, vergata col sangue e forte della sua immutabilità nei secoli. Avevano avuto cinque figli, due femmine e tre maschi poi emigrati in Australia, dove avevano messo su oneste e dignitose famiglie. Li aveva costretti a farlo lo stesso don Rosario, appena intuito che non avrebbe potuto realizzare il destino progettato per loro, a causa dell’incontrollabile sconvolgimento delle regole, tanto repentino e accelerato quanto era stato immutabile e assodato.
Le due figlie erano invece rimaste in paese, andate spose a giovani ammodo del luogo, onesti lavoratori che tali erano restati. Avevano scelto ed erano state scelte. E non vi erano stati contrasti. Don Rosario aveva sempre trovato il modo di respingere garbatamente per loro le proposte di matrimonio dettate più da una volontà di rinsaldare legami, che da vero sentimento. E aveva accolto con piacere quei due giovani, timidi e impacciati al suo cospetto, che sapeva graditi alle figlie.
Per lui era stato diverso, erano altri tempi quelli. Le sue braccia erano forti allora, la sua mente piena d’ardimento e vuota di saggezza e il suo cuore non conosceva ostacoli, né arretrava mai. Gli incoscienti anni della giovinezza lo avevano temprato e imposto, garantendogli lustro e reputazione per il futuro.
Quegli stessi anni che altri avevano invece ucciso, o bollato per sempre, vittime e mai giustizieri .
Lui la sua Assunta l’aveva voluta e se l’era presa. Non l’aveva mai vista: viveva in un paese vicino, dove le donne non sposate uscivano unicamente la domenica, per andare a Messa. Sapeva solo che in casa di gente di rispetto che conosceva c’era una giovane bella e garbata, sulla cui compostezza e serietà non esisteva dubbio alcuno. E cosi l’aveva chiesta in moglie, forte di una reputazione di uomo
d’onore già consolidata da tante azioni.
Non seppe mai se gli fu concessa per paura, o per quieto vivere, se per avere un altro uomo in una casa con tutte figlie femmine, o perché era gradito alla famiglia e forse anche all’interessata, o per un po’ di tutte queste cose. Sapeva solo che quella scelta, dettata da irresponsabile gioventù e dall’incalzante e morbosa tentazione che spingeva i suoi giovani anni a misurarsi sempre e comunque, era stata fortunata.

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