Mimmo Gangemi


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Brano 1 Pietre




Brano tratto da “Pietre nel levante” di Domenico Gangemi
Cap.1 pag. 15 e segg.

Quattro tordi. Me ne ha fatto dono un amico dopo avermi sentito lamentare che mi mancava il brodino della mia infanzia, quello ombrato di grigio e dal gustoso sapore amarostico, quello che ”faceva famiglia” attorno a un tavolo ancora tutto pieno, quando viveva mio padre e i tordi arrivavano numerosi e stazionavano da ottobre agli ultimi di marzo, a saziarsi di olive trobariche, e di piombo da l0.
Mentre li rigiravo tra le mani, ricompariva il passato.
Ho chiesto a Stefania di annegarli dentro l’acqua con la pastina, come usava mia madre. Ed eccola finalmente la mia cena. Puntine, le stesse di allora, sul finire degli anni cinquanta, quando giravamo per casa anche d’inverno, con le scuole medie lì lì da venire e il collegio dietro l’angolo. Galleggiavano su un brodino che ricordavo più scuro.
Ho accostato il cucchiaio alla bocca con la lentezza che merita un rituale sacro. Sapori antichi capaci di ripercorrere il tempo, riannodano la continuità portando immagini che acquistano via via contorno.
Sa di niente il brodino, proprio non ha sapore. Non l’ho riconosciuto, non v’è traccia di quel sapore piacevolmente amaro. Sospetto che a renderlo gradevole fosse solo il tavolo ancora pieno della presenza di tutti, e non piuttosto un posto per sempre vuoto, tante case invece di una e una vecchietta che si distribuisce equamente tra noi tre figli. Se non è colpa del gusto, che muta con gli anni. Tante
pietanze rifiutate nell’infanzia, e che costavano fiati sprecati in urla, mi sono oggi diventate un piatto prelibato.
Fatto sta che è proprio scialbo. E di antico ha solo il luccichio delle vaghe macchie d’olio rivelate dai riflessi della lampadina.
Finito, ho spezzato il legame, se ne vanno i ricordi.
La mattina dopo però il brodino è ricomparso nei miei pensieri. E fu mia madre a spiegarmi come usava farlo lei, e come non si sarebbe più sognata di farlo ormai. Impacciata, ammise che il gusto di amaro altro non era che il contenuto delle budella.
Benedette budella. Benedetta miseria di quegli anni, che c’era ovunque, anche da noi, parvenza di borghesia, con mio padre impiegato alla posta e un po’ di uliveti buoni a illuderci di proprietà. Se ne vergognava mia madre. Io avrei invece preferito che le avesse lasciate ancora le budella. Non avrei chiesto, non sospettavo. Credevo quello il giusto sapore che deve avere un brodino con dentro i tordi.
Perchè mai avrei dovuto pensarle le budella - e ciò che contenevano – quando non le avevo pensate per tutti gli anni in cui la pastina l’avevo mangiata anche a forza, magari invogliato dalla promessa che l’indomani avrei accompagnato a caccia mio padre, o che la domenica mi avrebbe portato al cinema di don Nicolino, o per funghi in montagna, o in qualunque altro posto, purchè tenesse la mia mano dentro la sua, liscia di un lavoro gentile, e ogni tanto mi rivolgesse quel misurato sorriso che mi ripagava di tutto.
E’ tornato ancora il brodino. E ogni volta ha portato con sè immagini dimenticate, ha scavato profondo, giù giù fin dove può arrivare la mente, a ricordi a volte fatti di un solo istante.
Non l’ho capita l’infanzia. Non l’ho apprezzata allora. E’ età a cui manca il confronto, è età di quando tutto ci sembra dovuto, è scontato, è come deve essere.
La rivorrei indietro, ora che considero i giorni, le settimane, i mesi e gli anni tutto tempo che mi mancherà, ora che scorrono veloci. E’ appena trascorso il venerdì, con due giorni liberi da godere, ed è gia un nuovo venerdì. E altrettanto rapidi, di più, passeranno il sabato e la domenica, poi un’altra settimana, un altro mese, anni, finchè se ne andrà la vita, e ci congederà incompiuti.
Il brodino mi ha riportato l’infanzia, fotografie di un attimo. E mi sono ripercorso a ritroso.


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