Mimmo Gangemi


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Brano 1 Anno




Brano tratto da “Un anno d'Aspromonte” di Domenico Gangemi
Cap. 4 pag. 28 e segg.

Micu Barrese era uno dei capi della nuova onorata società, di uno dei tanti gruppi che, più o meno tacitamente, si erano spartiti il potere dopo lo sgretolamento dell’unica organizzazione piramidale. Era, la sua, una famiglia in ascesa che si ricavava spazi sempre più ampi, non disdegnando, in base a quanto si vociferava, i sequestri di persona e il traffico di droga.
Da qualche mese era uscito dal carcere. Vi era finito per una storia di omicidio, di vent’anni prima, di quando, giovanotto, faceva i primi passi nell’organizzazione ancora compatta, capeggiata da don Rosario. Lo aveva coinvolto un pentito che si era messo a sparare nel mucchio dei vecchi compagni, togliendosi anche, stando a quanto asserivano i soliti bene informati, vecchie spine. Aveva mescolato
verità a menzogne, con il risultato di perderne in credibilità. Cosi, le sue accuse, vere e false, erano cadute una a una, e tutti gli accusati, compreso Micu Barrese, avevano riacquistato la liberta.
Gino aveva anche sentito dire che al pentito avevano trovato ”la misura delle scarpe”, la minaccia efficace su di lui. E che lo avevano costretto a menzognere accuse facilmente smontabili per renderlo meno credibile, e facilitare il compito degli avvocati, che così avevano confutato tutti gli episodi rivelati.
Micu era un boss con l’apparente rispetto del codice d’onore, ma anche con la spregiudicatezza e fretta dei nuovi tempi. Disponibile e sollecito a inserirsi in ogni attività lucrosa, era un assiduo frequentatore della piazza, apparentemente un allegro compagnone, sempre pronto ad aggiungere la sua condanna sull’efferatezza di certi reati e a infiammarsi nel richiedere le pene più dure, anche la morte, convinto dell’importanza dell’apparire, frequentando le persone giuste ed evitando le ruote al bar e le pose da malandrino.
Con il fisico alto e muscoloso, lineamenti raffinati e guance appena scavate su un volto sempre pronto alla risata aperta e accattivante, non aveva l’aspetto del delinquente, piuttosto di una persona che aveva fatto i soldi. Solo gli occhi, svelti e profondi, e duri quando non si aprivano al sorriso, ne tradivano l’animo.
Il carcere ne aveva aumentato il prestigio. Ma l’uomo non aveva cambiato atteggiamento, né mutato l’affabilità e la riservata confidenza con cui trattava tutti. Quando il discorso scivolava sull’argomento, lui ascoltava con fare assorto, poi, pacatamente e assumendo garbate pose di amarezza, tra un lento tentennare di capo a labbra strette e un profondo respiro a reprimere un giusto sdegno, inseriva la sua disgrazia e l’ingiustizia subita da uno Stato che si faceva abbindolare ”da pupazzi che si cacciavano le spine”, condannando innocenti o colpevoli solo di piccole bravate di gioventù.
E proseguiva come prima, di giorno rispettabile galantuomo e di notte bandito.
La gente lo accettava, annuendo e ben disposta alla finzione. E cercava la sua amicizia, perché, in quella terra dura d’Aspromonte, i bei modi e il possibile futuro bisogno prevalevano sulla certezza della doppiezza del personaggio e aiutavano a dimenticare le nefandezze appena commentate e condannate.
E in fondo c’era in Micu qualcosa di sinistramente sincero. Lui era in buona fede, davvero credeva di essere solo un commerciante. Il traffico di droga era un lavoro come tanti che, se rifiutato, lo avrebbero fatto altri. E il drogato solo un anonimo sconosciuto, della cui debolezza non era lui il responsabile. E poi, la droga finiva al Nord o all’estero, non certo nella sua terra. Mai, si ripeteva, avrebbe permesso la rovina della sua gente.
Ecco perché nelle discussioni di piazza, che inevitabilmente sfociavano sulla pena di morte, sempre si ergeva la sua voce di condanna, dura e sincera quanto le altre.
E così, passava tra la gente rispettato e temuto, rispettoso e amico. E innocente.
La famiglia Barrese viveva ancora allo cciappato.
Micu aveva ristrutturato la vecchia casa paterna, accorpandovi un’abitazione adiacente, acquistata da una famiglia emigrata all’estero. Era una costruzione a due piani, con la scala d’accesso in marmo a venature verdi, le finestre con persiane ben tenute e oleate e uno splendente plastico bianco sulla facciata. Dominava l’ampio spiazzo. Piacevole alla vista, più grande e imponente delle altre, era
anch’essa testimonianza di una posizione di privilegio e forza nel piccolo mondo dello cciappato.
Era quello il quartiere dei Barrese, lo era da sempre.
I fabbricati che affacciavano sullo spiazzo appartenevano tutti a componenti della famiglia. Negli anni dell’emigrazione, quando il paese si andava svuotando, fuggendo la miseria appena compresa, i Barrese avevano rilevato le baracche, per poche lire, elevandole a dignità di casa, a volte accorpandone più d’una, o sopraelevando. Il risultato era stato una rapida trasformazione del quartiere, nel quale ora sarebbe stato inimmaginabile il vecchio baraccamento, dove si sopravviveva assiepati, incuranti del fetore degli escrementi degli animali, tra ragli di asini e starnazzare di galline.
La compattezza e il vivere vicini, tutti là attorno, avevano dato più forza e sicurezza al gruppo, e più slancio e spregiudicatezza nei primi passi della ribalta.
Lo cciappato aveva perso da tempo le caratteristiche da cui derivava il nome. Anni prima l’Amministrazione comunale aveva eliminato l’antico e rustico lastricato in pietra locale, sostituendolo con un’anonima pavimentazione a riquadri di calcestruzzo.
Il nome originario resisteva ancora, ma già molti lo chiamavano la piazzetta dei Barrese.
Là si stavano dirigendo Gino e lo zio. Avevano appuntamento con Micu Barrese. Erano le undici di sera dello stesso giorno dell’inizio del loro dramma.
Era stato don Peppino a telefonargli. Aveva chiesto un incontro notturno, per non essere visti, perché chiunque avrebbe letto sul loro volto la vergogna e capito il motivo della visita. E la notizia, passando di bocca in bocca, sarebbe arrivata anche in caserma.
Ma, ancor prima che lo decidessero, vi era già chi lo sapeva, essendoci arrivato per congettura. E si sarebbe appostato, in posizione strategica, per vederli uscire, o per vederli entrare.
”Micuzzu” gli aveva detto, omettendo il don per un residuo di confidenza che derivava dall’averlo avuto come lavorante, ”se non disturbiamo, io e mio nipote l’ingegnere vi vorremmo pregare... Se vi fa comodo anche stasera... sul tardi... così non diamo conto...”
L’altro si era mostrato disponibile, aveva manifestato amicizia e rispetto e concluso: ”la mia casa è aperta a tutte le ore per gli amici… . Se credete va bene verso le undici”.
Le ultime parole avevano eliminato la possibilità che fosse Micu a recarsi da loro, …

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